Archivi del mese: dicembre 2008

“DESIDERATA” PER IL 2009? UNO SOLO: MENO IPOCRISIA

 trattore-usato
Il 2008 ha un grosso merito: quello di aver contribuito, pur in modo sconvolgente, a “denudare” definitivamente alcuni Re che parevano intoccabili. Il mito della “Finanza immanente” è caduto in ampia disgrazia, assieme al primato, che pareva ormai conslidato, dell’Economia sulla Politica( la quale si sta ora prendendo una pregustata rivincita). Il potere dei Sindacati, segnatamente di quelli italiani, è sostanzialmente in saldo assieme ai maglioni ed alle scarpe che nessuno comprerà più, neppure ai saldi che iniziano il 2 Gennaio. Beppe Grillo, multimiliardario e capopopolo non poco verosimilmente “a copione”, ha deciso di organizzarsi di un esilio dorato in Canton Ticino( proprio dove molti dei suoi “satirizzati” dovrebbero detenere, secondo i suoi proclami, le loro provviste illegalmente accumulate): chissà se Marco Travaglio deciderà di imitarlo? Lo strombazzato strapotere cinese in campo industriale sta ora, a seguito della crisi economica globale, restituendo decine di milioni di braccia all’agricoltura( con tanto di zappe, pale e picconi a seguito: il bel trattore John Deere dell’immagine resterà un sogno ancora a lungo per la gran parte dei contadini cinesi).
Il paradigma della presunta “superiorità morale” del Centrosinistra è miseramete finita alle ortiche a fronte di centinaia di casi di corrutela coinvolgenti esponenti, anche di primo piano, del Partito Democratico. Della Sinistra radicale, poi, non persiste neppure più il ricordo dopo sei mesi appena di assenza parlamentare, susseguita alla catastrofica perdita di consenso elettorale delle ultime consultazioni elettorali( se mi chiedessero“di botto” i cognomi- non esageriamo:i nomi sarebbe troppo!- di alcuni dei principali esponenti della “fu” Sinistra Arcobaleno, mi sovverrebbero, oggi come oggi, solo Pecoraro Scanio e Bertinotti, ma solo perchè nel mio immaginario li rammento come tipi bizzarri… dei Billi e Riva o poco più…e fra un anno o due anche quel fioco ricordo anagrafico sparirà dalla mia, e, verosimilmente, non solo da quella, memoria).
Che il 2009, l’anno della Grande Recessione ventura si accrediti, allora, un ulteriore merito, complementare, nella continuità di quello che è stato in grado di produrre il 2008: il mantenimento del contenimento del livello delle ipocrisie che, come quelle di cui sopra e come altre che verranno certamente ideate in futuro in chissà quali campi, ci sono state vendute per decenni come verità indiscutibili.
 
Paolo Turati.  

A “V”, AD “U” O AD â€œL”?

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Non ci si riferisce, nel titolo, alle possibili scelte di scollatura di una maglia, ma alla connotazione che potrebbe assumere, in termini grafici, l’attuale fase recessiva economica mondiale. L’economista Nouriel Roubini, e noi con lui, è convinto che la forma a “V” non abbia più chance, anche perché le tempistiche, ormai, paiono confermarlo inappellabilmente. La discesa del Pil( mondiale, a questo punto), non verrà recuperata a breve con in repentino recupero. Il punto sta ora su quali scenari alternativi porre le nostre aspettative. La forma ad “U”, cioè una discesa che permarrà tale per un paio di anni almeno, onde poi potersi attendere una ripresa coerente nel 2011, è l’ipotesi attualmente più gettonata dagli specialisti, anche perché appare la più empiricamente logica. Tuttavia, al di là di un inopinato “rischio di negatività esoterica”(per chi ci crede, ma si consideri che non sono pochi gli operatori finanziari che, sin dai tempi del più grande trader della Storia, W.D. Gann, fanno profittevolmente affidamento anche su strumenti di “iniziazione” finanziaria) inerente all’anno 2012 ( come risulterebbe dal calendario dei Maya, di cui all’immagine, e da svariate fonti equipollenti: si rimanda ad un nostro precedente contributo in merito), che il “rischio recessivo” si conformi ad “L” non è per nulla, allo stato, un’ipotesi peregrina. Dieci o più anni di “nipponizzazione”( in Giappone, dove la politica dei tassi d’interesse azzerati è stata praticata antesignanamente, sono ormai vent’anni che la crisi si fa sentire) recessiva economica non sono per nulla da escludere, stante il fatto che la crescita della produzione mondiale degli ultimi decenni è stata sostenuta da un insieme di “bolle”( New economy, Immobili, Materie prime e quant’altro) il cui scoppio, come sostiene non senza un certo coraggio l’economista Premio Nobel( un tempo considerato decisamente “eretico, oggi molto meno) Joseph Stiglitz, potrebbe venir assorbito solo da una nuova “superbolla” che il Sistema potrebbe tentare di creare alla disperata per salvare se stesso ancora per qualche po’ di tempo. Fra tutto i brutto contenuto nella recessione, una cosa positiva, secondo gli auspici dell’economista Amartya Sen, potrebbe tuttavia evidenziarsi: l’obbligare a cambiare stile “di consumo”. Bisognerà ripensare a molti dei cliché consumistici cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. “La recessione ci renderà tutti migliori”, si può veder osservare da parte del primo dei due interlocutori in una recente vignetta di Altan, mentre subito il secondo riflette; “solo se durerà a lungo”! Può essere che il vignettista abbia davvero azzeccato il nocciolo della questione, comunque certamente ben di più di quanto hanno fatto negli ultimi anni praticamente tutti banchieri centrali e gli operatori bancari e finanziari.
 
Paolo Turati.  

PENSIERI E PAROLE

Silvana

Non mi riferisco al celeberrimo brano di Mogol-Battisti, ma al contenuto di un raffinatissimo pezzo ( che ho il piacere di pubblicare qui di seguito) scritto dall’amica Silvana Mossano( nell’immagine, tratta dal suo bel blog, www.silmos.it, che trovate anche fra i links di questo spazio web: vi consiglio di visitarlo), giornalista de La Stampa: una  "riflessione lessicale"( e non solo) sulla nostra società allo scadere del Natale e del fine anno 2008.

Paolo Turati.

Silvana Mossano
Ma perché
ca…spita
parliamo così?
 
Lettera strampalata a Babbo Natale
nel linguaggio d’oggi
 
NATALE 2008
 
«Ma perché ca… spita parliamo così?» è un racconto demenziale scritto sotto forma di lettera a Babbo Natale. L’ho scritto divertendomi con rabbia.
Sì, mi sono divertita ad assemblare quei tremendi «luoghi comuni» che mi fanno tanto arrabbiare e che, uno in fila all’altro, sono diventati la sequenza scontata e banale del più diffuso linguaggio contemporaneo. Ce ne riempiamo la bocca, sembra perfino che, mettendo insieme queste ovvietà, pensiamo di fare discorsi intelligenti. Li ho ascoltati nei bar, nei negozi, nella sala d’aspetto del medico, li ho letti sui giornali, li ho sentiti in tivù e, ahimé, li ho anche pronunciati alcuni di questi luoghi comuni. Mi sono comunque divertita ad annotarli, ho stuzzicato altri che me ne suggerissero. Poi ho provato a farne un concentrato tirandoci fuori una storiella non-sense. E alla fine mi sono domandata: «Ma perché ca… spita parliamo così?», per frasi fatte pronunciate in fotocopia, incastonate in modo complicato ed esagerato, tutti in modo uguale come se vedessimo la stessa cosa e provassimo identiche emozioni senza sfumature originali?
Ecco che cosa ne è venuto fuori.
 
[S. M.]
 
Natale 2008
 
Caro Babbo Natale,
in questa splendida cornice piena di luci scintillanti e dolci melodie scrivo a Te in quanto leader carismatico della festività più celebrata, per culto e per business, nel mondo intero.
Ti confesso che, nell’esporti le linee guida del mio pensiero, ho la fronte madida di sudore. Ma è arrivato il momento di tirare i remi in barca e parlarti con il cuore in mano.
Sono molto depresso. Lo psicanalista dice che devo guardarmi dentro e trovare in me la forza per uscire dal buco nero in cui sono precipitato.
Ma io, invece di scrutare dentro di me, sono assalito da ricorrenti incubi notturni nei quali mi vedo riflesso in uno specchio con lo sguardo disperato. Per che cosa? Nel brutto sogno, mi vedo afflitto da un gravissimo problema esistenziale, causato da una calvizie incipiente che mi impedisce di guardare al futuro con serenità. Già mi immagino la scena raccapricciante di quando anche l’ultimo capello smetterà di pulsare sul mio cranio. Come potrò sopportare questa immane sciagura? E’ allucinante.
Mi risveglio in un bagno di sudore, il cuore che batte all’impazzata e con l’unica consolazione di aver perso sì il sonno, ma non i capelli.
Ma la vera origine del tormento delle mie notti insonni scaturisce dal fatto che la mia donna mi ha lasciato. Si, se n’è andata con un tipo dalla chioma fluente, folti baffi e barba, si occupa di import-export e, per di più, ha una Ferrari della madonna. Insomma, l’angelo del mio focolare non c’è più. Mi mancano le sue labbra tumide e sensuali, il suo sguardo penetrante, la sua voce suadente. Ed è così che mi si è aperto quell’insanabile buco nero nell’anima. Mi impegno a ripararlo, ma non so che attrezzi usare.
Non riesco proprio a dare una svolta alla mia vita.
Mi sono buttato a capofitto nel lavoro; mettendomi a disposizione in prima persona con spirito di servizio, ho aperto tavoli di concertazione sulla fame nel mondo, sulla crisi finanziaria, sui pedofili, sull’emancipazione degli zulù che non sono certo cittadini di serie B, sullo sport come attività educativa che fortifica corpo e spirito e allontana dalla droga, e chi più ne ha più ne metta, ma non sono riuscito a tirarmi su il morale.
Scruto l’orizzonte, ma, nel tramonto infuocato della mia mente, vedo il nulla. Anzi, mi pare di avere davanti la città deserta come ad agosto, di quegli agosti di alcuni anni fa, quando le ferie si concentravano in un mese e non come adesso che si fanno le partenze intelligenti e l’esodo scaglionato, così da non rimanere intrappolati per interminabili ore su una striscia d’asfalto infuocata (poi, però, a fine agosto, non si sa come, arriva sempre tutta insieme l’ondata del controesodo e scoppiano le polemiche per le strade intasate, e pure per le stragi del sabato sera che, però, ci sono tutto l’anno).
Bene, anche se mi immergo nel bagno di folla di una «notte bianca» (o di una «notte rosa», o variopinta o, meglio ancora, full color), sento il vuoto pneumatico dentro. E, pure se scoppia un caldo afoso e torrido, io avverto un freddo pungente. Gli altri non se ne accorgono, perché mostro una calma apparente, ma dentro di me è l’inferno.
Ho deciso di scagliare una tremenda offensiva per reagire al mio stato d’animo mobbizzato dallo stress.
Mi sono catapultato all’improvviso nella sala congressuale dell’Ergife a un’assemblea plenaria di manager, quadri, colletti bianchi, tute blu (e anche calzini verdolini), veline, scribacchini, portavoceportaborse-portacicche, uscieri, operatori ecologici, personale adest, ata, oss, cocopro, e pure accattoni. In quella splendida cornice davanti a uno splendido pubblico – chi con il cellulare piantato nel lobo auricolare, in collegamento diretto con le Borse di Milano, di Londra, di New York e di Tokyo, che crollano e si rialzano come yoyo, impantanati tra Mib e Down Jones, chi a nettarsi unghia contro unghia e a scaccolarsi – ho sentito il calore della folla. Una folla immensa che mi pareva pendesse dalle mie labbra: un’immagine, insomma, che mi rimarrà per sempre scolpita nella memoria.
Così mi sono alzato per dire due parole. E ho parlato a braccio per quarantasette minuti della formula vincente per rimanere a galla nell’atomico caos finanziario che rischia di inghiottirci e disintegrarci come kamikaze. Ho spiegato il mio punto di vista e ho fatto appello al senso civico di tutti perché ciascuno si assuma le proprie responsabilità di fronte a una situazione così complessa che non ha precedenti. Bisogna fare uno sforzo collettivo per trovare il minimo comune denominatore in una causa corale che ponga l’uomo al centro e che venga gestita da una cabina di regia attenta ai segnali puntuali che arrivano dal mondo globalizzato. Ma, per fare ciò, occorre partire dalla definizione di una precisa scala delle priorità e puntare alla valorizzazione delle professionalità. Tutto questo lo facciamo per i nostri figli, che sono gli uomini di domani, altrimenti hanno ragione a lamentare che non si fa niente per i giovani.
Con spirito costruttivo, ho lanciato seduta stante una proposta innovativa e originale: proprio perché i giovani rappresentano la nostra finestra sul futuro, è indispensabile coinvolgere il mondo della scuola. E, quindi, la prima cosa da fare, sempre, è bandire un concorso per gli studenti di ogni ordine e grado: dalle materne, alle primarie, alle medie alle superiori, sensibilizzando il dirigente del Miur, il dirigente del Csa, i dirigenti degli Istituti Superiori, degli Istituti Comprensivi e, se ce ne sono rimasti, dei Circoli Didattici, i docenti e il personale Ata tutto. Un tema per il concorso lo si trova, tipo: «Droga, che fare?», «L’educazione stradale ieri e oggi», «Strage di piccioni: analogie e differenze tra piazza del Duomo a Milano e piazza San Marco a Venezia», «Scontri tra ultras negli stadi: perché non accada mai più», «Sanità: priorità e progetti», «La guerra combattuta dai nonni raccontata ai nipoti: per non dimenticare», «Giovani e sicurezza. Competenze trasversali per comportamenti responsabili». In palio, per i vincitori, un bel viaggio premio in un campo di concentramento, o alle foibe o alle catacombe.
Contemporaneamente, però, un pool di esperti (selezionati da un’apposita commissione, previa presentazione di dettagliati curricula) procederà a fare un accurato monitoraggio dell’esistente.
La folla mi ha ascoltato attonita, poi, appena ho posato il microfono, si è lanciata, con spirito liberal e bipartisan, indifferente a qualsiasi gerarchia socioculturale political correct, sul buffet del coffee break: una tavola imbandita strabordante di prodotti tipici locali e di vini pregiati del nostro territorio. Sì, caro Babbo, sta proprio nella valorizzazione dei prodotti tipici di qualità la nostra salvezza e la forza del futuro per richiamare un turismo soft che rilanci il territorio garantendo ricchezza e benessere alle nostre città costruite a misura d’uomo: bisogna partire dal recupero delle radici e capire da dove veniamo per sapere dove dobbiamo andare. Io sono assolutamente convinto che la formula vincente consista non nel promettere mari e monti, ma nel costante impegno profuso a valorizzare le risorse turistiche riconducibili al concetto di benessere nella sua accezione più ampia
di star bene, non solo sotto gli aspetti psicofisici, ma anche mentali e sociali. Uau!
Bisogna dire che è stata proprio una toccante cerimonia, in un luogo elegante e dotato di tutti i comfort, pensato e realizzato di sicuro da una persona dotata di innato senso dell’arte. Mi aggiravo nel salone sbocconcellando qualcosa e osservando, dalle ampie vetrate, le bellezze del paesaggio: scorci di natura così belli che sembravano fotografie. Bisogna dirlo e bisogna dircelo che non abbiamo niente da invidiare alla Langhe, alla Toscana, alla foresta dell’Amazzonia, alle cascate del Niagara e neppure al deserto del Sahara. Mi sentivo in pace con me stesso, a raccogliere i frutti maturi delle stagioni dell’anima.
A un certo punto, però, in mezzo a quella folla affamata e vociante, ho intravisto lei, la mia donna, cioè la mia ex donna, con lui, quello della chioma fluente dell’import-export e della Ferrari. E allora ho sentito il mondo crollarmi addosso.
Ero in bilico tra due sensazioni opposte. Da un lato la volontà, dettata dal buon senso e dal mio innato savoir faire, di avvicinarmi e intrattenermi con loro per un colloquio cordiale, esordendo con «mi consenta, dottore…» e passando subito affabilmente al «tu», buttando lì qualche carineria del tipo «che shampoo antiforfora usi, stai attento che il phon killer non ti scivoli nella vasca quando fai il bagno, quanto ti costa un treno di pneumatici per la tua macchinetta sportiva, quanto fai con un litro, certo che una Ferrari rossa ehe!… ma non sarebbe male neanche gialla con quei begli occhioni, pardon: fanali a mandorla…», cose così che fanno sempre piacere e ti rendono simpatico. Dall’altro la bestia in ebollizione dentro di me mi istigava verso un bagno di sangue secondo un preciso cronoprogramma: mettere a fuoco l’obbiettivo, spingere il piede destro indietro, piegare leggermente il busto in avanti, prendere la rincorsa e piombare con la parte più puntuta del mio cranio contro il petto villoso del ferrarista capellone e un po’ dandy.
Poi, però, la voce della mia coscienza con un urlo diabolico mi ha scosso dal mondo onirico e virtuale e mi ha riportato nel mondo reale con i piedi ben piantati per terra. Ho avuto uno scatto d’orgoglio, ho voltato le spalle e sono scappato via per non commettere un tragico errore umano.
Riflettendo, nella calma dell’abitacolo della mia Punto bianca, fermo al semaforo che cambiava alternativamente colore da rosso a verde a giallo e così via con la stessa sequenza, cullato dalla musica soave dei clacson che suonavano solo per me, intenerito dai gesti di solidarietà degli automobilisti che mi sfrecciavano rombando a destra e a sinistra, grato alla pioggia purificatrice che, arricchita di scintillanti grani di tempesta, aveva cominciato a spiaccicarsi contro il parabrezza, con l’umidità che mi entrava nelle ossa (d’altronde siamo a dicembre e, se non fa freddo adesso, quando vuoi che lo faccia, benché le stagioni non siano più quelle di una volta), ho capito il senso della vita.
Sì, di colpo, caro Babbo Natale, ho compreso chiaramente che non desideravo più nessun rapporto conflittuale. Avrei cercato rifugio nelle piccole cose, nei dialoghi cordiali senza spaccature, nella beneficenza ai bambini dell’India e dell’Africa, ai cassintegrati, alla Croce Rossa, alla Bianca e alla Verde (viva la Patria!), ai missionari, agli zoppi, ai clochard (anche se puzzano un po’), alle associazioni contro i pidocchi, le petecchie e le scollature volgari; avrei cercato il significato delle cose vere: il Fernet Branca, buone letture e buona musica, e cene soltanto con gli amici che contano (anche se neri, gialli o rossi, tanto, se non sono proprio la feccia, io mica sono razzista) nel calore delle mie quattro mura domestiche.
Ecco, caro Babbo Natale, è come se mi fosse scattato un flash nella testa e ho capito che sono cambiato, assolutamente sì, e mi trovo di fronte a una svolta epocale: non sono più quello di una volta, assolutamente no. Nel mio profondo è avvenuta una sorta di radicale restyling, mi sto reinventando come uomo e come cittadino/utente. Diciamo che mi sto approcciando a un modo nuovo di concepire l’esistenza. Mi sento più sicuro di me stesso e non ho più paura della mia ombra perché ho capito che ciò che conta non è avere i capelli fluenti o non averli per niente, avere il ventre scolpito o la pancetta, le guance ammorbidite o inamidate dal lifting, la Ferrari Gt California o la Panda 2 Volumi alla quarta revisione.
No. No. No. Ciò che conta veramente è essere belli dentro.
Improvvisamente, caro Babbo Natale, ho capito che non me ne importa neppure più niente di lei, che faccia pure la sua vita; e me ne infischio della congiuntura sfavorevole sui mercati internazionali, dei conflitti di interessi, dell’etica nella politica.
Parole, parole, parole.
Basta parole!
Passiamo ai fatti, caro Babbo Natale.
Io, quest’anno, per regalo, ti chiedo soltanto una cosa: una Ferrari come la tua. E, se non riesci a farla stare sotto l’abete finto illuminato e addobbato, parcheggiamela pure sotto casa.
Lei, invece, puoi anche tenertela. A pensarci bene, la nostra storia era già finita da un pezzo, non avevamo più niente da dirci, anzi, praticamente eravamo separati in casa.
Aspetto fiducioso.
P.S. Non lasciare le chiavi inserite nel cruscotto, di questi tempi non si sa mai, con tutti  ‘sti extracomunitari che girano senza permesso di soggiorno… meglio sotto lo zerbino.
Mandami un sms ke vado subito a ritirarle.
 
Il linguaggio fotocopia
 
Splendida cornice: il posto in cui ci si trova è insignificante, invece l’importante è essere infilati dentro una «splendida cornice». Davanti a che cosa? A uno splendido pubblico, no?
Luci: sono sempre scintillanti. Melodie: sono sempre dolci. Leader: è sempre carismatico.
Uno non dice semplicemente quel che pensa, ma «espone le linee guida del proprio pensiero». Fronte: è sempre madida di sudore. Quando una parla lo fa «con il cuore in mano». Quando uno è depresso «deve guardarsi dentro». Se sta male come un cane deve solo «trovare dentro di sé la forza di uscirne». Da cosa? Ma dal «buco nero in cui è precipitato»!
Anzi, a vedere bene, gli si è aperto un «insanabile buco nero nell’anima». Ed è difficile, in queste condizioni, «dare una svolta alla propria vita». In realtà, uno dentro di sé non è che guardi: «scruta»! E perché? Per non sentirsi più un «vuoto pneumatico dentro».
Quando uno è afflitto, non è perché ha perso il lavoro, è pieno di debiti, ha gli strozzini che gli danno la caccia, è stitico, la carie nel molare si è svegliata di sabato e il dentista non c’è fino a lunedì, no, è perché ha un «gravissimo problema esistenziale».
E in che cosa lo limita? Nel «guardare al futuro con serenità», ovvio.
Una scena: è sempre «raccapricciante». Una sciagura è sempre «immane». Qualsiasi cosa è «allucinante». Esempio: pesti la cacca che il cane del vicino ha fatto sul marciapiede(e che il vicino non ha raccolto e non è neppure stato multato perché il vigile era impegnato a fare la multa a un ciclista che aveva lasciato la pompa per gonfiare le ruote della bicicletta in divieto di sosta): questo non è una «cosa schifosa, per colpa di quel cane sozzone che ha un padrone imbecille che fa combutta con un vigile cieco», ma è «una cosa allucinante».
Non si è semplicemente sudati, ma «in un bagno di sudore». Il cuore batte sì, ma mica normale: «all’impazzata». La chioma è sempre «fluente». Alternativa: «calvizie incipiente». Essere totalmente calvi non è contemplato; se non si ha più un capello in testa è perché «così si fa prima a fare la doccia». Le labbra sono «tumide e/o sensuali». Lo sguardo è sempre «penetrante». La voce è sempre «suadente». Nel lavoro ci si butta sempre «a capofitto». Chi lavora senza protestare, «si mette a disposizione con spirito di servizio e con professionalità». I tavoli di concertazione (e di confronto, anche detti semplicemente «tavoli», per uso plurimo) si aprono di continuo (tutto santo lavoro per i falegnami!).
I cittadini di serie B sono quelli sfigati, mentre i cittadini di serie A stanno benone: vivono nei quartieri residenziali, ad adeguata distanza dalle case popolari, dove non arrivano le alluvioni e il camion della nettezza urbana passa in orari in cui i padroni di casa sono fuori per fare shopping.
Lo sport educa (ok) e fa bene per tutto Soprattutto, tiene lontano dalla droga. Sempre. Come si è visto.
La «partenza intelligente» è quando ci si mette in viaggio nell’ora in cui si pensa che nessuno lo faccia e poi è proprio quella che hanno scelto tutti!
Ma se l’«esodo è sempre scaglionato», com’è che comunque poi «scoppia» sempre tutta insieme l’«ondata (?) del controesodo»?
E «scoppiano» pure, o «esplodono», le polemiche, come petardi.
Le stragi sono sempre del dopodiscoteca e del sabato sera (anche se capitano di venerdì). Poi ci sono le stragi dentro le mura domestiche che avvengono, e come no, in «famiglie assolutamente normali», perché nulla fa mai «presagire l’insano gesto»… orcaloca!
Se, invece, si presagisce, allora è «una tragedia annunciata».
Il «bagno di folla»: quello in cui ci si immerge aumentando il collettivo «bagno di sudore».
Il caldo, quando scoppia (pure lui!), è sempre afoso e torrido.
Il freddo invece è «pungente». La calma che si mostra è sempre «apparente». Si scaglia una «tremenda offensiva». (Una blanda offensiva? Nooo. Una modesta offensiva? Naaa! Una
consistente offensiva? No. No. No. Tre-men-da). Stress e mobbing: sono la causa di tutti i mali del giorno d’oggi.
Assemblea: perché si rispetti deve essere «plenaria» (se no è un «supervertice»). Le immagini ti rimangono «scolpite nella memoria». Dica «due parole». Due, eh? La risposta più intelligente sarebbe «no (1) grazie (2)» , soprattutto se non si ha niente di intelligente da dire. La formula è sempre «vincente». E’ fondamentale fare «appello al senso civico», perché «ognuno si assuma le proprie responsabilità» (variante: «Ognuno faccia la propria parte»). La situazione è sempre così «complessa che non ha precedenti».
Lo sforzo è sempre «collettivo». Per fare che? Trovare il «minimo comune denominatore» (siamo tutti dei matematici!) e promuovere una «causa corale» (e dei direttori d’orchestra).
La «cabina di regia» è quella dove c’è uno che batte i pugni e fa il diavolo a quattro perché gli altri facciano quello che vuole lui (per la serie: «lascia fare a me, so quello faccio, c’ho l’esperienza»). I segnali sono sempre «puntuali» (magari!). La globalizzazione è quando tutto va a rotoli e non solo non sai come venirne fuori, ma non sai neppure come spiegartelo. Comunque, la colpa è degli altri (in primis, dei cinesi, dei turchi e dei Paesi dell’Est che lavorano a basso costo). Non si muove un passo se prima non si è definita la «scala delle priorità».
Chi sono i giovani di oggi? Gli «uomini di domani», la «nostra finestra sul futuro», ovvio. E gli uomini di oggi? Una generazione di inetti, giocherelloni, fannulloni, laureati con il voto politico, che «non fanno niente per i giovani». E ti pareva! Si fa tutto soltanto per gli anziani: tornei di bocce e a carte, e gita al lago con inclusa promozione della batteria di pentole. E per quelli che non sono né giovani né anziani? Si costruiscono miserabili «quartieri dormitorio». Oddio, che disastro! Lo spirito è sempre «costruttivo». Le proposte innovative «si lanciano» (come il freesby). Prima di incamminare qualsiasi azione si istituisce un «Osservatorio». E un Osservatorio (in qualunque settore: ecologia, rifiuti, economia, emigrazioneimmigrazione, pane-dolci-focacce, finanza, bombe atomiche, import export etc etc) fa prioritariamente due cose: 1) un «monitoraggio dell’esistente», affidato a un «gruppo di lavoro composto da esperti di provata fama» e 2) un «concorso per le scuole». Evvai! Il montepremi dei concorsi scolastici è affascinante: dei libri (spesso scelti tra i remainder) oppure un viaggio: la meta più frequente è Auschwitz, seguita da Mauthausen; da qualche anno anche le foibe.
I temi dei concorsi per le scuole hanno titoli stupefacenti, così come i titoli di dibattiti- conferenze-convegni. Esempio di un convegno: «Giovani e sicurezza. Competenze trasversali per comportamenti responsabili». Giurin giuretto che non è frutto di invenzione, era stampato su una locandina affissa nella bacheca per gli studenti di una scuola superiore casalese. E’ esattamente il posto emozionante in cui un diciassettenne inviterebbe una sua coetanea per fare colpo su di lei o l’argomento su cui intavolerebbe una spiritosa conversazione da Mc Donald’s. Gli esperti sono sempre riuniti in «pool» e comunque preventivamente «selezionati da commissioni», ma non qualunque, bensì «apposite commissioni». La folla – dal 5 maggio manzoniano in poi – è sempre, e ancora, «attonita».
Il comportamento, per essere «political correct», è sempre «bipartisan» (tipo: dividiamoci la torta, che dove mangia uno possono ben mangiare anche in due. Non di più, però). Il coffee break è quello che c’è a metà di ogni convegno. Se non c’è il coffee break (con panini, dolci, soglioline fritte, tartine al caviale o al tartufo, gambi di sedano affondati in crema di mascarpone – quando i tovaglioli sono appena finiti e il cameriere è corso in cucina a prenderne degli altri -, crostatine ai frutti di bosco, rombi di marzapane affogati nel cream caramel…) non vale neppure la pena andare al convegno e comunque sarà «un flop».
«Prodotti tipici locali» e loro «valorizzazione»: sono le parole magiche del politico moderno, con le quali si possono costruire discorsi prolissi quanto evanescenti da parte di chi non sa che cosa dire ma si ostina a pronunciare quelle famose «due parole» parlando «a braccio» del nulla per 47 minuti. Quando uno parte dai «prodotti tipici di qualità» la traiettoria obbligata è verso il «turismo soft» (o verde, o morbido) che porta benessere e sviluppo nelle città – quali? – «a misura d’uomo»! Tanto più che, ammirando «estasiati» la cappelletta votiva scrostata e crepata, sulla cui parete di fondo emergono i resti di un affresco, opera di artista anonimo «sicuramente (e vuoi mettere!) della scuola del Tiepolo o di Giotto o di Michelangelo» (che tornava dalla camporella!), possiamo ben dire che «non abbiamo niente da invidiare… al mondo intero». Ebbasta! Un luogo (o un quadro) è così bello… che sembra una fotografia. Quindi: è più bella la foto del luogo originale. Così pare.
L’importante è… «sentirsi in pace con se stessi». Le «stagioni dell’anima», poi, si valorizzano «passando attraverso le sofferenze». «Mi crolla il mondo addosso»: un modo elegante per dire che sei sepolto sotto una valanga di m (…iele?) e non sai come mettere fuori neppure le braccia. Se lo specchio in cui rifletti la tua faccia ti restituisce l’immagine di uno yeti, la cosa migliore è guardare in faccia il destino e dire: «Ma io sono bello dentro».
Il colloquio deve essere «cordiale», senza «spaccature e non conflittuale». Il phon che ti finisce nella vasca e ti ammazza folgorato è «killer». Ma nooo! Killer è il delinquente o il deficiente che, volutamente o sbadatamente, l’ha fatto cadere nell’acqua dove tu stavi ammollo. Non è killer la pianta che è caduta mentre tu ci passavi sotto: o il giardiniere sbadato non si è accorto che aveva le radici marce e non l’ha eliminata per tempo, o tu sei sfigato. Non è killer il palo contro cui ti sei schiantato: sei tu che avevi bevuto o guidavi veloce o ti immedesimavi in Schumacher a bordo del Pandino! Ma quale «scuola killer»! E’ che sopra una soletta fatta di meringa ci hanno appoggiato un cannolo siciliano di pasta frolla, con ripieno di crema e canditi e farcitura di cioccolato; e poi vuoi che regga? «Carinerie», così va di moda definire stupidaggini e/o volgarità. «Bagno di sangue»: si sta un po’ peggio che in un «bagno di sudore». «Cronoprogramma»: funziona bene con i «tavoli di concertazione» e le «scalette di priorità; in sostanza si mette per iscritto quale cosa fare prima e quale fare dopo. Esempio: prima si mettono le mutande e poi i pantaloni, prima si infilano le calze e poi le scarpe, prima si fanno le fondamenta e poi la casa, cose così. (Almeno, di solito…). L’urlo non è mai umano, è come minimo «diabolico». Il mondo virtuale è contrapposto al mondo reale. Nel mondo reale hai sempre «i piedi piantati per terra». Quando, per sbaglio, alle 6 del mattino, ubriaco alla guida della tua Mercedes piombi a 150 all’ora su una processione di devoti pellegrini che marciano verso il santuario mariano, e ne stermini metà subito e il resto con il contagocce in vari ospedali (pardon: nosocomi!), significa che hai commesso «un tragico errore umano». Le stagioni, ahimé, «non sono più quelle di una volta». Soprattutto perché «non ci sono più le mezze
stagioni» e non si sa più che cosa mettere addosso; se ti copri fa caldo e se ti scopri fa freddo. Il meglio è: «vestirsi a cipolla»! Difficile che uno dica «Sono razzista», soprattutto se si riferisce a Barack Obama a Fiona May a Pelé etc etc. Se invece sta parlando di Mbengue o di Adbullah o di Mustafà o di Luda, beh, insomma… c’è, diciamo così, «a monte, un’eziologia culturale che potrebbe incidere negativamente sull’interattività dei rapporti umani». T’è capì? Separati in casa: quando non solo non ci tieni più a preparargli il suo piatto preferito, ma non ti importa più neppure scaraventarglielo in faccia. Lo prepari per te e basta. Lui sta senza.
 
Vogliamo continuare?
 
– Più di ieri e meno di domani
– L’importante è che vinca la squadra
– E’ tutto un magna magna
– Non bisogna fermarsi alle apparenze
– Paga sempre il povero Pantalone
– Gli uomini pensano solo a quello
– Le donne ragionano con la pancia
– L’ho persa per colpa mia, ma se solo avessi voluto
sarebbe tornata
– Un dribbling ubriacante
– L’attenzione alla periferia
– E’ morto ma sembra che dorma
– E’ emergenza
– E’ polemica
– Gli manca solo la parola
– Un goal strepitoso
– Una partita memorabile
– Beata gioventù
– Tu sfondi una porta aperta
– Non ci sono più i sapori di una volta
– Senza macchia e senza peccato
– Bisogna capire quando è il momento di alzare il
piede all’acceleratore
– E’ buono il pane se…
– Promettere mari e monti
– Dietro un grande uomo c’è sempre una grande
donna
– Una tragica fatalità
– Nulla faceva presagire l’insano gesto
– La corsa contro il tempo
– La gestione manageriale
– La tragedia annunciata
– Si convoca una riunione? Naaaaa… Minimo minimo
un vertice, meglio un supervertice o un summit
Quanto può diventare lunga questa lista? Ora la pubblico sul mio blog www.silmos.it. (lo trovate anche fra i links di questo spazio web n.d.r.). Cliccare sulla CATEGORIA PARLIAMO COSI’. Chi vuole può aggiungere nella opzione commenti altri luoghi comuni del linguaggio contemporaneo. Vediamo fino a dove arriviamo?
 
L’augurio vero
 
Ma il mio augurio vero per il Natale 2008 e per un 2009 senza recessione e senza deflazione, senza cassa integrazione e senza novazione, senza pianti e senza violenze, senza stupideire e senza scemenze, senza bombe e senza ostaggi, senza sgambetti e senza furbate, senza parole sguaiate e senza polemiche insensate… lo affido a una frase che ha pronunciato Suor Ildefonsa. Chi è? E’ una suora di settantaquattro anni, che ha preso il velo a diciassette e da allora non ha mai smesso di dedicarsi alle persone più sfortunate. Ma molto, molto sfortunate davvero, in particolare i ricoverati del Piccolo Cottolengo Don Orione di Genova dove vengono protette, custodite, curate e confortate le malattie più gravi e le sofferenze più profonde. Questa religiosa – straordinaria come altre Suor Ildefonse del mondo – ha accudito al Don Orione persone, tra cui soprattutto bambini, senza alcuna facoltà mentale, senza arti, senza coscienza, senza speranza di guarigione e di luce. «A volte – ha raccontato Suor Ildefonsa – qualche visitatore mi domandava: “Ma a chi serve una vita così?”. Io rispondevo: serve a te, perché tu ti possa chiedere che cosa sai fare per loro». L’unica cosa che sappiamo fare per gli altri (a volerlo!) è amarli. Senza chiedere permesso. Senza chiedere perché.
Buon Natale.
 

ANNO NUOVO, OPPORTUNITA' NUOVE PER COMPRAR CASA

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Ritenendo di far cosa utile, pubblichiamo i tassi d’interesse indicativi correnti dell’Euro, sia sul floater che sullo streight, applicati per i finanziamenti( e, segnatamente, per i mutui immobiliari)a tasso variabile(Euribor) e a tasso fisso(Euroirs). Il T.A.N. ed il T.A.E.G., ovviamente, risentono rispettivamente di voci di aggravio ulteriori, quali lo spread di ricarico dell’intermediario( oggi mediamente riscontrabile in uno 0,60%-0,70%), ovvero le spese d’istruttoria, peritali ed assicurative .

I livelli dei tassi d’interesse si sono, com’è noto, fatti più interessanti a seguito del percorso deflattivo che l’Economia mondiale sta subendo, sicchè chi comprerà casa avvalendosi di un mutuo ipotecario nel 2009 e nel 2010 otterrà certamente dei vantaggi in termini di risparmio finanziario quanto alle condizioni di erogazione da parte degli Istituti bancari rispetto ai contraenti di mutui del recente passato. Risparmi importanti, senza dubbio, ma neppure da mettere a paragone con quelli, ulteiori"reali" che i medesimi acquirenti di immobili otterrano pagando le case dal 10% in meno "a scendere", come le previsioni del mercato lasciano chiaramente intravvedere. E se mutuo dev’essere, sia ma, ci raccomandiamo a tasso fisso: acquistare casa è una cosa seria, che non deve lasciare spazio a variabili speculative.

 
TASSO FISSO
EURIRS del 23/12/2008
Scadenze
 
Tasso
 
1 anno 2,76%
2 anni 2,79%
3 anni 2,97%
4 anni 3,14%
5 anni 3,26%
6 anni 3,38%
7 anni 3,50%
8 anni 3,60%
9 anni 3,69%
10 anni 3,77%
12 anni 3,88%
15 anni 3,94%
20 anni 3,91%
25 anni 3,72%
30 anni 3,59%
40 anni 3,37%
50 anni 3,29%
TASSO VARIABILE
EURIBOR  del 23/12/2008
Scadenze
 
Euribor
360

 
Euribor
365

 
1 mese 2,74 2,78
2 mesi 2,92 2,96
3 mesi 3,02 3,06
4 mesi 3,05 3,09
5 mesi 3,07 3,11
6 mesi 3,09 3,13
7 mesi 3,11 3,16
8 mesi 3,12 3,17
9 mesi 3,14 3,19
10 mesi 3,16 3,2
11 mesi 3,17 3,22
12 mesi 3,19 3,23
 
       

Lo Staff di A.R.E.A. Civica di responsabilità.

PER CHI HA IL PIEDE PESANTE…

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Tempo di vacanze e di viaggi. Una notizia di un certo interesse in merito pare valer la pena di darla.
 
Annullata da un Giudice di Pace di Viterbo una multa per eccesso di velocità rilevata col sistema “Tutor”, accogliendo il ricorso di un automobilista. Lo rende noto un comunicato dell’asociazione dei Consumatori Telefono Blu, commentando le motivazioni della Sentenza.
 
«Il tutor infatti – commentano dall’Associazione Consumatori Telefono Blu – consente di accertare le violazioni di eccesso di velocitá attraverso il calcolo della media di velocitá percorsa tra due postazioni, diversamente dall’autovelox che consente di rilevare la velocitá immediatamente. Solo in questo secondo caso infatti, è possibile applicare una riduzione del 5% come previsto dall’ ex decreto ministeriale 29/10/97, mentre nel caso di utilizzo del tutor deve essere applicata una riduzione diversa, progressiva, del 5%, 10% e 15%, come precisato dal comma 3 dell’art. 345 delle disposizioni di attuazione del codice della strada».

«Il Giudice di Pace – specifica ulteriormente Telefono Blu – ha affermato che qualora la violazione venga accertata mediante calcolo della velocitá media e venga applicata tout court la sola riduzione del 5%, non vi è certezza dell’esatto superamento della velocitá massima consentita e, pertanto, in tale situazione la contestazione effettuata è dubbia. Di conseguenza il verbale deve essere annullato».

 
Non s’intende, con questo, esortare a pigiare sull’acceleratore oltre i limiti consentiti, ci mancherebbe, tuttavia alcune riserve tecniche su determinate prassi nel rilievo della velocità da parte degli organi preposti non possono venire sottaciute, sicchè, ove giusto, i disposti giurisprudenziali è bene conoscerli.
 
Lo Staff di A.R.E.A. Civica di Responsabilità   

Da "Un canto di Natale"

Pallina Natale
Ricordo, rimpianto, rimorso: è per mezzo questi tre fantasmi che Dickens fa sciogliere il cuore indurito di Scrooge nella ricorrenza natalizia che lo vedrà, grazie ad un sussulto supremo ottenuto attraverso la forza più grande di tutte, l’amore, ritrovare dentro se stesso la compassione, la comprensione e la condivisione, i valori ultimi dell’essere umano che lo riconcilieranno col mondo. Qui sotto, la parte finale dell’opera di Dickens.
Buon Natale a tutti!
Paolo.
 Corse alla finestra, l’aprì e sporse fuori la testa; niente nebbia, niente bruma; una giornata chiara, luminosa, gioviale, stimolante, fredda; un freddo che frustava il sangue e metteva voglia di ballare; un sole d’oro, un cielo incantevole; aria fresca e dolce; campane gioiose. Oh, splendido, splendido!
"Che giorno è oggi?", gridò Scrooge, verso la strada, a un ragazzo vestito a festa, che forse si era fermato proprio per guardare lui.
"Eh…?", rispose il ragazzo, con tutto lo stupore di cui era capace.
"Che giorno è oggi, mio bel figliolo?", chiese Scrooge.
"oggi…", replicò il ragazzo, "ma come? È Natale!"
"È Natale", disse Scrooge a se stesso. "Non l’ho lasciato passare. Gli spiriti hanno fatto tutto in una notte sola. Possono fare qualunque cosa vogliono, naturalmente; naturalmente, possono fare qualunque cosa vogliono!" "Senti, ragazzino."
"Sì", rispose il ragazzo.
"Sei un ragazzino intelligente", disse Scrooge, "un ragazzino straordinario. Sai se hanno venduto quel tacchino che c’era appeso in mostra alla bottega? Non il tacchino piccolo, ma quello grosso."
"Quale, quello grosso come me?", rispose il ragazzino.
" – Che ragazzino delizioso! E un piacere parlare con lui. – Sì, figliolo mio."
"C’è ancora appeso adesso", replicò il ragazzo.
"C’è", disse Scrooge. "Va’ a comperarlo."
"È matto!", rispose il ragazzo.
"No, no", disse Scrooge. "Va’ a comperarlo, e di che lo portino qui, perché possa dare l’indirizzo dove deve essere mandato. Ritorna col commesso e ti darò uno scellino; ritorna con lui in meno di cinque minuti e ti darò mezza corona."
Il ragazzo partì come una palla di fucile; e chi avesse potuto far partire una palla con una velocità pari a metà della sua avrebbe dovuto avere la mano ben ferma sul grilletto.
"Lo voglio mandare a Bob Cratchit", mormorò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando in una risata. "Non saprà chi è che glielo ha mandato. E grande il doppio di Tiny Tim. Nessuno ha mai fatto uno scherzo così ben riuscito come quello di mandare quel tacchino a Bob."
La calligrafia con la quale scrisse l’indirizzo non era molto ferma; tuttavia, in un modo o nell’altro, lo scrisse, poi scese giù ad aprire la porta di strada per trovarsi pronto all’arrivo del commesso del pollaiolo. Mentre stava sulla porta, aspettandolo, gli cadde sott’occhio il batacchio.
"A questo vorrò bene finché vivo", gridò Scrooge, accarezzandolo con le mani. "E dire che prima lo avevo appena guardato! Che espressione onesta c’è in quella faccia! E un batacchio magnifico. Ma ecco il tacchino. Hello, come state? Buon Natale!"
Quello era un tacchino! E impossibile che quell’uccello fosse mai stato in piedi. Le zampe gli si sarebbero piegate sotto in un minuto, come bastoncini di ceralacca.
"Ma è impossibile portarlo fino a Camden Town. Bisogna che prendiate una carrozza."
Il risolino col quale pronunciò queste parole, e quello col quale pagò il tacchino, e quello col quale pagò la carrozza, e quello col quale ricompensò il ragazzo, furono superati soltanto da quello col quale tornò a sedersi senza fiato sulla sua sedia, continuando a ridere finché non gli venne da piangere.
Farsi la barba non fu cosa facile perché la mano continuava a tremargli molto; e farsi la barba è una cosa che richiede attenzione anche quando uno, facendosela, non si mette a ballare; pure, se si fosse tagliato la punta del naso, ci avrebbe messo sopra un pezzetto di cerotto e sarebbe stato perfettamente soddisfatto lo stesso.
Si vestì dei suoi abiti migliori, e finalmente uscì in strada. In questo momento la gente stava uscendo dalle case, così come egli l’aveva vista in compagnia dello Spettro del Natale Presente. E Scrooge, camminando con le mani dietro la schiena, guardava tutti quanti con un sorriso compiaciuto. Per dirla in breve, aveva l’aria così irresistibilmente piacevole che tre o quattro tipi di buon umore dissero "buon giorno, signore, buon Natale", e Scrooge disse spesso, più tardi, che di tutti i suoni gioiosi che egli aveva mai udito, quelli al suo orecchio erano stati i più gioiosi.
Non aveva fatto molta strada, quando vide venirgli incontro quel signore imponente che il giorno prima era entrato nel suo ufficio dicendo: "La ditta Scrooge e Marley, credo". Sentì un colpo al cuore nel pensare all’occhiata che gli avrebbe dato il vecchio signore nel momento in cui si fossero incontrati; ma conosceva ormai quale strada gli si apriva diritta dinanzi e la prese.
"Caro signore", disse Scrooge, affrettando il passo, e prendendo il vecchio per ambe le mani, "come state? Spero che abbiate avuto successo ieri. E stato molto gentile da parte vostra. Buon Natale, signore!"
"Il signor Scrooge?"
"Sì", disse Scrooge: "questo è il mio nome, e ho paura che non vi riesca molto gradito. Permettetemi di chiedervi scusa, e vogliate avere la bontà… " e qui Scrooge gli sussurrò qualcosa all’orecchio.
"Signore Iddio!", gridò il signore, come se gli fosse stato mozzato il fiato. "Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio?"
"Per favore", disse Scrooge, "neanche un soldo di meno. In questa somma, vi assicuro, sono compresi molti arretrati. Volete farmi questo favore?"
"Ma, caro signore", disse l’altro, stringendogli la mano, "non so che cosa dire di fronte a una simile munifi…"
"Non dite niente, vi prego", replicò Scrooge. "Venite a trovarmi. Verrete a trovarmi?"
"Ma certo", esclamò il vecchio signore, ed era chiaro che diceva sul serio.
"Grazie", disse Scrooge, "vi sono molto obbligato. Vi ringrazio mille volte. Dio vi benedica."
Si recò in chiesa, passeggiò per le strade, guardò la gente che si affrettava in tutte le direzioni, accarezzò bambini sulla testa, rivolse la parola ai mendicanti, guardò dentro le cucine delle case e dentro le finestre, e trovò che tutto quanto gli procurava piacere. Non aveva mai sognato che una passeggiata, che una cosa qualunque potesse dargli tanta felicità. Nel pomeriggio si diresse verso la casa di suo nipote.
Passò e ripassò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di avere il coraggio di andar su e bussare. Finalmente si decise e lo fece.
"E in casa il vostro padrone, mia cara?", disse Scrooge alla domestica. Ragazza graziosa, davvero!
"Sì, signore."
"Dov’è, amor mio?", disse Scrooge.
"E in sala da pranzo, insieme con la signora. Vi accompagno di sopra, col vostro permesso."
"Grazie, lui mi conosce", disse Scrooge, che aveva già la mano sulla maniglia della sala da pranzo. "Entrerò qui, mia cara."
Fece girare la maniglia pian piano, e si affacciò alla porta semiaperta. Stavano guardando la tavola apparecchiata con un gran lusso, perché i padroni di casa, quando sono giovani, sono sempre nervosi su questo punto e vogliono esser sicuri che tutto sia in perfetto ordine.
"Fred!", disse Scrooge.
Signore! come trasalì la sua nipote acquisita! Per un attimo Scrooge si era scordato che c’era anche lei, seduta in un angolo, col panchettino sotto i piedi; altrimenti non lo avrebbe fatto di certo.
"Ma come, benedetto Iddio", gridò Fred, "chi è mai?"
"Sono io, tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Vuoi lasciarmi entrare, Fred?"
Lasciarlo entrare! E un miracolo che, stringendogli la mano, non gli staccasse addirittura il braccio. Si sentì a casa propria in cinque minuti. Non c’era nulla che potesse essere più cordiale. Sua nipote aveva esattamente lo stesso aspetto, e così Topper quando arrivò, e così la sorellina paffutella quando arrivò e così tutti quanti quando arrivarono. Festa meravigliosa, giochi meravigliosi, armonia meravigliosa, felicità meravigliosa.
Però la mattina seguente arrivò presto in ufficio. Oh, se ci arrivò presto! Solo poter arrivare per primo e sorprendere Bob Cratchit che arrivava in ritardo: era questa la cosa che più gli stava a cuore.
E vi riuscì; sì, vi riuscì. L’orologio batté le nove – niente Bob; le nove e un quarto – niente Bob. Era ben diciotto minuti e mezzo in ritardo. Scrooge stava seduto con la porta spalancata, in modo da poterlo veder entrare nella cisterna.
Si era levato il cappello e la sciarpa prima di aprire la porta, e si arrampicò in un baleno sul suo panchetto, correndo via con la penna come se tentasse di riacchiappare le nove.
"Ehi là!", grugnì Scrooge, con la sua voce consueta, imitandola il più fedelmente possibile. "Che cosa significa arrivare a quest’ora?"
"Vi chiedo mille scuse, signor Scrooge", disse Bob, "sono in ritardo."
"Davvero?", ripeté Scrooge. "Sì, credo che siate in ritardo. Venite un momento qua, per favore!"
"Una volta sola all’anno, signor Scrooge", supplicò Bob, venendo fuori dalla cisterna. "Non succederà più. Ieri siamo stati un po’ allegri."
"Ora vi dirò una cosa, amico mio", disse Scrooge. "Non intendo tollerare più a lungo questa razza di cose, e perciò", proseguì, balzando su dalla sedia e dando a Bob una tale spinta nel panciotto da farlo andare all’indietro barcollando dentro la cisterna, "e perciò mi propongo di aumentarvi lo stipendio."
Bob tremò e si avvicinò un po’ più al righello. Ebbe per un momento l’idea dì servirsene per stordire Scrooge, e poi tenerlo fermo e chiedere alla gente della corte aiuto e una camicia di forza.
"Buon Natale, Bob!", disse Scrooge, con una serietà che non poteva essere fraintesa, battendogli sulle spalle. "Un Natale più buono, Bob, mio bravo figliolo, di quelli che vi ho dato per molti anni. Vi aumenterò lo stipendio e tenterò di assistere la vostra famiglia nelle sue difficoltà; e questo stesso pomeriggio discuteremo i vostri affari, seduti davanti a un bel punch natalizio fumante. Ravvivate il fuoco, Bob Cratchit, e comperatevi un’altra paletta per il carbone, prima di mettere il punto su un’altra i."
Scrooge fece più che mantenere la parola. Fece tutto quanto, e infinitamente di più: e per Tiny Tim, il quale non morì, fu un secondo padre. Divenne un amico, un padrone, un uomo così buono, come poteva mai averne conosciuto quella buona vecchia città, o qualunque altra buona vecchia città, borgata o villaggio di questo buon mondo. Alcuni ridevano, vedendo il suo cambiamento; ma egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento. E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie. Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell’uomo era lui. Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E cosi, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!
 

PARTITO DEMOCRATICO E STATI UNITI: LA CRISI CON…WALTRAK OBONI

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Come si sarà capito, non è il nome di di una rockstar “afro”, ma della semplice “fusion” fra le generalità del Presidente americano in corso di assunzione delle proprie ‘ pesantissime’( dato il momento)mansioni e del Segratario del Partito Democratico in corso di ‘apparente’ rottamazione. Uno in salita e l’altro in discesa i quali, tuttavia, è possibile si ritrovino condividere, almeno per un certo periodo, le proprie rispettive posizioni di vertice. In effetti, la peculiarità che li accomuna è determinata da uno stato di estrema precerietà dei contesti che li vedono protagonisti, la quale li rende, non del tutto inopinatamente, piuttosto forti. Se, infatti, Obama è diventato Presidente degli Stati Uniti per la reazione del corpus elettorale alla gravissima situazione economica mal interpretata dalla precedente amministrazione, Veltroni mantiene, pur in equilibrio precario ed assai testardamente ( così dando corpo, peraltro, ai migliori auspici che la concorrenza interna ed esterna possano augurarsi) , la “finzione”( non è un errore di stampa) di amministratore del Centrosinistra italiano grazie all’estema debolezza della compagine politica che guida. Dopo la pessima prova del Governo Prodi e l’esplosione di un’attuale, novella ed immensa, tangentopoli che riguarda sostanzialmente soltanto i politici del Centrosinistra e la conseguente, provata ormai ad un raggio che più ampio non si può, caduta del paradigma, autoreferenzialmente presunto quale tale e diffuso culturalmente a piene mani per lungo tempo come indiscutibile, “sinistra=superiorità morale”, in realtà la meteora di WV( che nulla ha a che fare con quella della ….Volkswagen, unica sfavillio di luce nelle quotazioni azionarie depresse del 2008) non è detto che debba spegnersi tanto velocemente. Chi si assumerebbe oggigiorno, infatti, l’ignominia  della, sostanziale, “liquidazione” del PD? Mica di Mino Martinazzoli, che “liquidò” a suo tempo la Democrazia Cristiana dopo( l’altra) tangentopoli, ne è pieno il mondo!
Così come, dall’altra parte dell’Atlantico, chi si sarebbe preso l’onere di “gestire” la più grave crisi finanziaria( di sicuro) ed economica( molto probabilmente) della Storia? Ci voleva un utile “sempliciotto”… .Non si sta sostenendo che Barak Obama lo sia, però il gravame di dimostrare il contrario sarà per lui un’impresa ciclopica, stante il contesto: se ci dovesse riuscire( ma le probabilità appaiono miserrime), la sua figura politica potrebbe rappresentare per le future generazioni di politici un “canone” importante cui riferirsi. Quello che, invece, Veltroni potrebbe esprimere in termini di modello politico per un “ringiovanito” organico del Centrosinistra italiano di domani, ed è qui la sostanziale differenza con Obama, è difficile, forse impossibile, da avvertire.  
 
Paolo Turati.