Archivi del mese: novembre 2008

BIO-AMORE?

Bienvenue sur mon site !

Riprendo, direttamente dal suo sito( http://www.buronzo.com/ ), un contributo della mia amica Alessandra Buronzo( nella foto), nota naturopata nonché scrittrice e giornalista che vive a Parigi, sull’esistenza  di un sito( più sotto il link, su cui cliccare) che promuove l’interrelazione sentimentale considerando gli aspetti propriamente "bio" dell’evento dell’incontro con la/le anime più o meno gemelle. Chissà cosa ne pensano quelli di Eliana Monti, la nota agenzia matrimoniale…. .

Paolo Turati

Saviez-vous qu’il existe un site de rencontre bio?

Et oui, l’information peut faire en sourire certains ou en intéresser d’autres!
Site de rencontres Amour bio pour des relations durables?




Saviez-vous qu'il existe un site de rencontre bio?
Dérive du bio? Ou véritable besoin?
Chacun est libre de se faire son opinion!
Il paraît que le site existe depuis un an et qu’il se porte bien.

Mercredi 12 Novembre 2008

Alessandra Buronzo
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CRISI ECONOMICA ED INSEGNAMENTI DA TRARNE

(fannie-mae-ap-324x230 da te.

La sede della Fannie Mae, l’Agenzia semipubblica Usa dei mutui, che rappresenta uno degli emblemi dell’attuale crisi finanziaria)

Ho il piacere di pubblicare qui sotto, tratto da ‘Aggiornamenti Sociali’, un cospicuo e profondo contributo di Paolo Foglizzo, correlatore assieme a Gavino Sanna ed al sottoscritto di un recente convegno su "Economia, Fiananza e Responsabilità", tenutosi a Torino nell’ambito degli incontri promossi dall’Associazione CIVICA.

Paolo Turati.

AS 11 [2008] 671-682 Fatti e commenti
© fcsf – Aggiornamenti Sociali
Crisi finanziaria,
moderno flagello
Paolo Foglizzo s.i. *
 
«Preghiera per l’attuale situazione finanziaria.
Signore, viviamo in giorni turbolenti:
in giro per il mondo, i prezzi salgono, i
debiti aumentano, le banche crollano, i posti di lavoro svaniscono, e sentiamo
minacciata la nostra fragile sicurezza. Dio di misericordia, vienici incontro nelle
nostre paure e ascolta le nostre preghiere, sii una torre di forza tra le sabbie
mobili, e una luce nell’oscurità; aiutaci a ricevere i doni della tua pace e orienta
il nostro cuore dove si trovano le vere gioie, in Gesù Cristo Nostro Signore.
Amen» 1.
 
* di «Aggiornamenti Sociali».
 
Con queste parole il sito ufficiale della Chiesa anglicana invita alla preghiera
in questi tempi di gravi turbolenze sui mercati finanziari. Con formule simili,
per molti secoli, i fedeli supplicavano di essere liberati dalla peste, dalla fame
e dalla guerra. La cronaca, in modo più o meno consapevole, avvicina la crisi
della finanza globale a quegli archetipi: se la grande paura è quella del «contagio
» fra i mercati finanziari dei diversi continenti, i titoli pericolosi per la stabilità
delle banche sono definiti «tossici», come i più pericolosi fra i rifiuti che
mettono a repentaglio l’ambiente e la salute, o come le armi di distruzione di
massa — chimiche o biologiche — che riempiono l’immaginario bellico contemporaneo.
Tornano in mente le parole che Warren Buffet, il «mago della finanza»
e probabilmente l’uomo più ricco del pianeta, indicato da entrambi i candidati
alle elezioni presidenziali americane come ministro del Tesoro ideale, usò nel
2002 nella Relazione annuale agli azionisti della Berkshire Hathaway Inc., la
società di cui è presidente: «A nostro avviso i derivati sono armi finanziarie
di distruzione di massa, che presentano rischi al momento latenti, ma potenzilmente
letali» 2.
 
1 Prayer for the current financial situation, in<www.cofe.anglican.org/prayers>.Nostra traduzione
2 Buffet W., Letter to the Shareholders of Berkshire Hataway Inc, 2002, <www.berkshirehataway.com/letters/2002pdf.pdf>, 15. Nostra traduzione
Gli operatori del settore sembrano ormai rivolgersi a Dio: Henry Paulson,
il ministro del Tesoro americano, «a chi gli chiedeva cosa accadrebbe in caso di
bocciatura definitiva del piano di salvataggio, […] ha invocato l’aiuto del buon
Dio» 3, mentre «a Wall Street si chiudono le Borse e si aprono le chiese» 4.
La complessità delle dinamiche in gioco, la difficoltà di comprensione degli
intrecci dei mercati finanziari e l’impossibilità per il singolo risparmiatore di
tenere sotto effettivo controllo la gestione dei propri investimenti danno l’impressione
di trovarsi in balia di una catastrofe ineluttabile. Ben si comprende la
diffusa sensazione di smarrimento, in cui va collocato anche — non senza
possibili ambiguità — il «ritorno a Dio». Proprio da qui muove il presente articolo,
che, senza entrare nel merito delle questioni più tecniche, intende passare
brevemente in rassegna alcuni dei nodi di fondo che la crisi solleva e che l’abbondante
dibattito recente non ha mancato di evidenziare, cercando di rileggerli
alla luce del patrimonio della dottrina sociale della Chiesa. Ci sembra che
il suo messaggio possa risultare prezioso nello sforzo di trovare una via di uscita
dalla crisi e ancor più di progettare assetti globali meno vulnerabili.
1. Un tempo di smarrimento
Effettivamente è possibile ravvisare somiglianze fra gli antichi flagelli e
l’attuale crisi finanziaria, soprattutto per quanto riguarda l’impatto sulla vita
concreta della gente comune, e dei più poveri in particolare. Alla base della
crisi dei mutui 5 vi è l’impossibilità per un numero crescente di famiglie di sostenerne
il costo, con la conseguenza di perdere la casa: il problema è macroscopico
negli Stati Uniti, ma investe anche l’Europa e il nostro Paese, tanto che
il Governo ha dovuto varare le note misure in materia di trasformazione da tasso
variabile a tasso fisso. I dipendenti delle banche fallite — dall’inizio dell’anno
oltre 35mila nella sola New York — si trovano senza lavoro, e non solo quelli
che occupavano posizioni di vertice e hanno una parte di responsabilità nell’accaduto.
Quanti hanno investito i propri risparmi in azioni delle banche fallite o
in titoli «tossici» (emessi in seguito a operazioni di cartolarizzazione 6 di mutui
subprime) ne vedono andare in fumo una parte rilevante, con tutto quello che
questo significa in termini di aspettative per la tranquillità economica futura.
Anche questo problema riguarda in modo particolare gli Stati Uniti, ma si estende
a tutti quei Paesi — incluso il nostro — in cui una porzione più o meno
ampia della copertura pensionistica è assicurata tramite risparmio investito sui
mercati finanziari, pur con modalità diverse.
 
3 Gaggi M., «Niente illusioni», in Corriere della sera, 1° ottobre 2008.
4 Semprini F., «“Preghiamo, è peggio dell’undici settembre”», in La Stampa, 30 settembre 2008.
5 Per una descrizione sintetica in chiave tecnica delle tappe di questa crisi e delle sue conseguenze, cfrZanetti G., «Ritorni lo Stato», in il nostro tempo, 28 settembre 2008, 1.
6 Per una definizione cfr Pellegrini L., «Cartolarizzazione», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2006) 76-79.
 
Gli effetti sono moltiplicati dal fatto che i titoli il cui valore è crollato si
trovano «impacchettati» in altri prodotti finanziari, ad esempio in fondi comuni
o altre forme di risparmio gestito, al di là di ogni ragionevole possibilità di controllo
da parte dei risparmiatori e — pare — anche della media dei consulenti
e promotori finanziari. Infine, i ripetuti «tonfi» delle Borse abbattono il valore
di tutti gli investimenti azionari, indipendentemente dalla effettiva situazione
delle società che li hanno emessi. L’effetto finale è un aumento dell’insicurezza,
da cui — come insegna la teoria economica — le famiglie si «proteggono» riducendo
il proprio tenore di vita (concretamente i consumi). In questo modo la
crisi si trasferisce dal mercato finanziario a quello reale: una contrazione dei
consumi, in uno scenario macroeconomico già molto incerto, segnato da stagnazione
se non da recessione in molti Paesi, non può che avere un impatto negativo
sulla produzione, e di conseguenza sull’occupazione e sul reddito disponibile 7.
Il che rischia di produrre un’ulteriore riduzione dei consumi, in un avvitamento
a spirale dell’intero sistema economico: è lo scenario della grande crisi del
1929, il cui spettro, non a caso, è stato ripetutamente evocato. All’effetto di
depressione dei consumi si somma quello analogo sugli investimenti, dovuto sia
alla minore disponibilità di capitali da investire — visto l’ammontare andato «in
fumo» nei crolli di Borsa — sia al fatto che in uno scenario di incertezza complessiva
risulta poco prudente investire. Complessivamente ne deriva un aumento
della paura dell’impoverimento, della precarietà e dell’insicurezza, che forzatamente
si abbatte con maggiore durezza sui più poveri.
Se gli effetti della crisi finanziaria possono essere avvicinati a quelli dei
flagelli dei tempi antichi, non bisogna trascurare che vi sono anche robuste
differenze. In particolare, i mercati finanziari non sono un fenomeno naturale,
come terremoti, uragani o pestilenze: sono in tutto e per tutto un prodotto
dell’attività umana e quindi chiamano in causa la nostra responsabilità in
modo più preciso e diretto. In questa luce anche il «ricorso a Dio» può assumere
un significato più profondo, che vada oltre la manifestazione dello smarrimento,
la sottolineatura retorica della gravità del momento o l’appello a una potenza
superiore, in chiave più o meno magica. Nella tradizione biblica, gli eventi catastrofici
— come le sconfitte militari e soprattutto l’esilio — sono sì motivo di
un ritorno a Dio, ma nella chiave della conversione, il che comporta una
sosta di riflessione alla ricerca tanto degli errori commessi quanto del solido
fondamento su cui è possibile cominciare a ricostruire.
È proprio quello di cui c’è maggiormente bisogno e che in parte sta già avvenendo:
le prese di posizione dei politici, degli operatori economici e degli
esperti, così come i commenti dei media, non si limitano a esaminare gli aspetti
tecnici della crisi, ma affrontano anche interrogativi di fondo, ad esempio sull’as-
 
7 Per limitare lo sguardo al nostro Paese, la stagnazione dei consumi e della produzione sono da tempo al centro dell’attenzione. Il 2008 fa registrare anche un aumento della disoccupazione, da tempo in calo (cfr ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro, in <www.istat.it>).
 
setto complessivo del sistema economico, sulle riforme che appaiono necessarie
e sui «passi falsi» mossi in passato. Solo dopo aver determinato la direzione in
cui provare a far evolvere l’economia mondiale, diventa possibile valutare se i
provvedimenti proposti e gli strumenti tecnici che essi utilizzano siano o meno
appropriati e sufficienti. Le controversie fra economisti, intellettuali e deputati
americani in merito all’approvazione del piano di salvataggio da 850 miliardi di
dollari proposto dal ministro del Tesoro Paulson, in parte sono proprio il frutto
di un disaccordo, anche ideologico, sulla direzione di fondo da imprimere al
sistema: lasciamo che il mercato «faccia il suo corso», permettendo che le banche
falliscano, o accettiamo una «pesante interferenza» della «mano pubblica»?
Si tratta di una questione squisitamente politica, che attiene a ciò che è buono
o cattivo, giusto o sbagliato per le nostre società, e che quindi non può riguardare
soltanto tecnici ed esperti.
2. Un’esperienza di globalizzazione
Certamente in queste settimane il mondo sta vivendo una profonda esperienza
di globalizzazione. È assodato che la crisi finanziaria ha origine da disfunzioni
del mercato dei capitali degli Stati Uniti, da sistematici errori di valutazione
del rischio di alcuni suoi operatori e da lacune nei dispositivi e organi di
controllo: pare averlo ammesso, almeno parzialmente, lo stesso presidente George
W. Bush 8. Tuttavia, con grande rapidità essa è arrivata a minacciare il
mondo intero, non come sarebbe accaduto in passato, quando una recessione
negli Stati Uniti si sarebbe propagata attraverso la riduzione delle importazioni
americane e di conseguenza delle esportazioni degli altri Paesi, lasciando ai
Governi il tempo per intervenire con azioni di contrasto. Oggi invece il mercato
finanziario è unico a livello mondiale e vi partecipano gli investitori di tutto
il mondo, indipendentemente dal Paese dove essi risiedono, o dove hanno sede
le società che emettono i titoli o le Borse in cui questi sono quotati. In forma più
o meno diretta, e anche più o meno consapevole, sono nel portafoglio di risparmiatori
italiani anche titoli della fallita banca d’affari Lehmann Brothers o altre
attività finanziarie «tossiche». La crisi travalica i confini nazionali assai più
rapidamente che in passato.
Negli anni scorsi è stato acceso il dibattito tra i fautori e i nemici della
globalizzazione, tra chi sottolineava le grandi opportunità derivanti dall’applicazione
delle nuove tecnologie della comunicazione elettronica al mondo dell’economia
e della finanza, e chi invece mostrava come tali vantaggi non riuscissero
a ripartirsi equamente fra tutti gli abitanti del pianeta. Molto meno è stata evidenziata
l’eventualità che tali meccanismi potessero funzionare anche in negativo,
con l’aggravante che i vantaggi riguardano soprattutto alcune fasce della
popolazione mondiale, mentre i danni si ripercuotono su tutti.
 
8 Cfr «Crisi mutui: Bush ammette errori USA», 12 ottobre 2008, in <www.ansa.it>.
 
Quanto meno dal punto di vista finanziario stiamo sperimentando che siamo
oggi un’unica comunità mondiale. Si tratta di un punto su cui la dottrina sociale
della Chiesa ha spesso richiamato l’attenzione: basti ricordare le encicliche
Pacem in terris (1962) di Giovanni XXIII e Sollicitudo rei socialis (1987) di
Giovanni Paolo II. Già la prima sottolinea (nn. 68-75) come l’esistenza di un’unica
comunità umana, e di conseguenza di un bene comune universale, richieda
l’istituzione di forme di autorità sul piano mondiale, che possano efficacemente
occuparsi del perseguimento del bene comune universale 9: si tratta di un
tema che la cronaca finanziaria recente riporta alla ribalta. La seconda enciclica
descrive il mondo contemporaneo come segnato da una «radicale interdipendenza
» e, di conseguenza, dalla «necessità di una solidarietà che la assuma e traduca
sul piano morale. Oggi forse più che in passato, gli uomini si rendono
conto di essere legati da un comune destino, da costruire insieme, se si vuole
evitare la catastrofe per tutti» (n. 26): difficile immaginare un’illustrazione di
queste parole migliore dell’attuale crisi finanziaria.
3. Il ruolo della finanza
Evidentemente, al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni c’è il mondo
della finanza, il settore dell’economia che proprio grazie alla globalizzazione
e alla rivoluzione informatica ha vissuto uno sviluppo senza precedenti. L’attuale
crisi manifesta quello che molti già sostenevano: «Che la finanza avesse
smesso di avere i piedi ben piantati per terra, lo sapevano tutti» 10. Nell’immediato,
uscire dalla crisi vuol dire evitare il tracollo del mercato finanziario
mondiale, e in questa linea vanno i piani predisposti dai Governi, incluso quello
italiano, e dall’ue. Tuttavia, immediatamente dopo aver risolto l’emergenza,
occorre fare in modo che la finanza «rimetta i piedi per terra» e recuperi il suo
ruolo.
La finanza, anche internazionale, è un elemento insostituibile del buon
funzionamento dell’economia, al servizio di un autentico sviluppo umano.
«Ogni sistema economico, infatti, per garantire la continuità del proprio processo
di sviluppo, si trova di fronte alla necessità di trovare i mezzi opportuni per
provvedere al passaggio delle risorse finanziarie tra settori in condizioni di surplus
finanziario (tipicamente, le famiglie, che consumano mediamente meno di quanto
guadagnano, e dunque hanno risparmi da collocare) e settori in deficit (tipicamente
le imprese, ma anche il settore pubblico, che hanno bisogno di risorse per
finanziare investimenti in beni produttivi: impianti, macchinari, innovazione
tecnologica, infrastrutture, capaci di far aumentare la produzione e generare
quindi un reddito che permette la restituzione di quanto preso a prestito). Con
 
9 Sul tema cfr anche Giovanni Paolo II, «Discorso ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia
Accademia delle Scienze Sociali», 11 aprile 2002, in <www.vatican.va>.
10 Gaggi M., «Niente illusioni», cit.
l’aumento dell’interdipendenza economica fra Paesi diversi, qualcosa di analogo
si può dire a riguardo del trasferimento di fondi tra Paesi in surplus nella bilancia
dei pagamenti correnti con l’estero e Paesi in deficit» 11. In questa prospettiva
la finanza non è fine a se stessa, ma ha un ruolo fondamentale «di servizio
all’economia reale e, in definitiva, di sviluppo delle persone e delle comunità
umane» 12. Solo la fedeltà a tale ruolo può fondare la legittimità etica di qualunque
operazione finanziaria e delle istituzioni deputate alla loro realizzazione, in
primis le banche.
Questo può essere il principio su cui fondare il rinnovamento del settore finanziario
globale, abbandonando la ricerca della massimizzazione del profitto e
del valore degli azionisti che ha trasformato in speculatori le grandi banche
d’affari internazionali — e probabilmente non solo quelle — e che ha contribuito
a una sottovalutazione sistematica dei rischi (per le banche e per i clienti)
impliciti in talune operazioni, dai mutui subprime alla vendita di derivati agli
Enti locali italiani. Come scrive l’economista Luigino Bruni: «Può sembrare paradossale,
ma la natura della banca è vicina a un’impresa non-profit e non a
quella dello speculatore. […] La crisi attuale può dunque essere anche una grande
occasione per una riflessione profonda sugli stili di vita insostenibili che
l’attuale capitalismo finanziario ha determinato: non si tratta di immaginare
un’economia senza banche e senza finanza. La banca e la finanza sono troppo
importanti per lasciarle ai soli speculatori. Una buona società non si fa senza
banche e senza finanza, ma con una buona banca e una buona finanza» 13.
Oltre a ingenti capitali per stabilizzare il mercato, serve dunque un profondo
cambiamento — una conversione, verrebbe quasi voglia di dire — del modo
di intendere il debito e il credito, gli intermediari e le operazioni finanziarie; a
riguardo scrive ancora Bruni: «I mutui sulla casa si sono infatti aggiunti a tutta
una serie di debiti in una cultura che privilegia il consumo qui e ora e che ha
dimenticato il valore, anche etico, del risparmio. Nessuno nega che entro
certi limiti il debito delle famiglie possa essere virtuoso per l’economia e per il
bene comune. In realtà, sempre più spesso il consumo è sollecitato e drogato da
un sistema economico e finanziario, complici i media, che induce le famiglie a
indebitarsi al di là delle reali possibilità di restituzione del debito. L’istituzione
finanziaria che presta troppo e alle persone sbagliate non è meno incivile di
quella che presta troppo poco alle persone giuste» 14.
 
11 Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana, Etica e finanza internazionale, Roma 2004, 15, disponibile in <www.chiesacattolica.it/lavoro>. Per una presentazione cfr Foglizzo P., «Finanza internazionale e agire morale. Un sussidio pastorale», in Aggiornamenti Sociali, 4 (2004) 292-299.
12 Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, n. 369.
13 Bruni L., «Le banche di fronte alla crisi finanziaria. Una sfida culturale», in L’Osservatore Romano, 28 settembre 2008. 14 Ivi.
 
Quanto diversa sia la mentalità che negli ultimi anni si è andata affermando
lo si ricava dalla lettura di una delle proposte del programma presentato da
Nicolas Sarkozy alle elezioni presidenziali francesi del 2007: «Le famiglie
francesi sono oggi le meno indebitate d’Europa. Ora, un’economia che non si
indebita a sufficienza è un’economia che non crede nel futuro, che dubita delle
sue doti, che ha paura del domani. È per questa ragione che intendo sviluppare
il credito ipotecario per le famiglie. […] Se il ricorso all’ipoteca fosse più facile,
le banche si focalizzerebbero meno sulla capacità personale di rimborsare del
debitore e più sul valore del bene ipotecato. Questo tornerebbe a vantaggio di
tutti coloro che hanno un reddito irregolare, come i lavoratori temporanei o numerosi
lavoratori autonomi» 15. Con una certa ironia della storia, Sarkozy, come
presidente di turno dell’ue, si trova oggi in prima fila ad affrontare gli effetti
innescati dalla crisi dei mutui subprime, cioè quelli concessi a chi non ha un
reddito regolare.
4. La fiducia e il capitale sociale
Le modalità di propagazione di questa crisi mettono in luce un ulteriore
elemento di connessione fra una buona società e una buona finanza. L’impatto
sulle famiglie e le imprese italiane passa attraverso le peculiarità tecniche del
funzionamento di molti prestiti, a partire dai mutui a tasso variabile. Normalmente
questi prevedono l’applicazione di un tasso di riferimento aumentato di
un certo differenziale o spread, più o meno ampio a seconda della valutazione
del livello di rischio del singolo contratto. Ora, il tasso di riferimento più comune,
almeno nei Paesi che adottano l’euro, è l’euribor (Euro InterBank Offered
Rate, Tasso offerto per operazioni interbancarie in euro), il cui valore non è definito
dalle autorità monetarie (come accade per il tasso di sconto), ma è determinato
sul mercato come media dei tassi a cui avvengono le operazioni di prestito
interbancario, che sono considerate le meno rischiose. In altre parole, le
banche si ritengono a vicenda i clienti più affidabili. In un momento come quello
attuale, la fiducia nelle banche vacilla, non solo fra i risparmiatori, ma anche
all’interno del sistema bancario: per una banca, infatti, prestare denaro a un’altra
appare rischioso in quanto quest’ultima potrebbe avere in portafoglio ingenti
quantità di titoli «tossici» o essere molto esposta verso istituzioni finanziarie
in precario equilibrio. Il semplice fatto che varie banche — tra l’altro di primaria
importanza — siano fallite negli ultimi mesi legittima una maggiore cautela
in tutti i prestiti interbancari, il che si traduce in un aumento dell’euribor. A
sua volta questo rende più onerosi i mutui contratti da milioni di famiglie e i
prestiti concessi alle imprese, anche se la loro situazione finanziaria non è peggiorata,
né il prestito è diventato più rischioso.
 
15 "Crédit hypothéaire", in L’abécédaire des propositions de Nicolas Sarkozy, www.u-m-p.org/propositions/index.php?id=credit_hipothecaire. Nostra traduzione
 
Misuriamo qui l’importanza cruciale di una risorsa immateriale come la fiducia,
un bene decisamente sui generis per le sue dimensioni relazionali; i più
recenti sviluppi della scienza economica la inseriscono fra gli elementi costitutivi
di quel capitale sociale 16, la cui ampia disponibilità è fondamentale per il
buon funzionamento di un’economia di mercato, senza peraltro che il mercato la
possa produrre. Anzi, qualunque tentativo di comprare o vendere fiducia, in una
qualche transazione che produca profitto, si risolve nella distruzione della stessa.
Gli interventi che Governi e banche centrali hanno intrapreso dopo lo scoppio
della crisi puntano proprio a consolidare una fiducia vacillante, senza la quale
il mercato non potrebbe riprendersi.
In questa direzione vanno anche le misure varate dal Governo italiano,
con il D.L. 9 ottobre 2008, n. 155, Misure urgenti per garantire la stabilità del
sistema creditizio e la continuità nell’erogazione del credito alle imprese e ai consumatori,
nell’attuale situazione di crisi dei mercati finanziari internazionali. In
sintesi esso prevede che il Ministero dell’Economia e delle Finanze possa sottoscrivere
o garantire aumenti di capitale «deliberati da banche italiane che presentano
una situazione di inadeguatezza patrimoniale accertata dalla Banca
d’Italia» (art. 1), che lo Stato possa garantire i finanziamenti erogati dalla Banca
d’Italia alle banche in grave crisi di liquidità e i depositi bancari dei risparmiatori
italiani (in aggiunta alle garanzie normalmente vigenti). La sua peculiarità,
rispetto alle scelte di altri Paesi, è che «non è previsto un fondo — ha spiegato
il ministro Tremonti nella conferenza stampa di presentazione —, ci sono strumenti
che entrano in azione caso per caso. Metteremo di volta in volta quanto
necessario. Per ora zero» 17. Tale decreto rappresenta una sorta di «rete», la cui
semplice presenza dovrebbe diminuire la percezione del rischio e l’eventualità
di fenomeni di panico.
Paradossalmente, proprio la drammatica situazione di crisi consente di
apprezzare il valore della fiducia addirittura in termini monetari: «In tutto,
la manovra [varata dal Governo britannico] mette sul piatto l’astronomica cifra
di 500 miliardi di sterline, pari a 650 miliardi di euro [oltre 2.500 euro a testa
per ogni cittadino del Regno Unito], nella speranza che il meccanismo si rimetta
a funzionare e le banche riprendano a fidarsi l’una dell’altra e a prestarsi i
soldi» 18.
La necessità di spendere somme così ingenti per sostenere il livello di fiducia
— il solo piano varato dagli Stati Uniti peserà sul bilancio pubblico americano
più dell’intera campagna militare in Iraq — indica che è urgente un profondo
ripensamento della gerarchia di priorità fra capitale finanziario e
 
16 La letteratura scientifica in materia è imponente; per la considerazione che al fenomeno riserva la dottrina sociale della Chiesa cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, cit., n. 276.
17 «Banche, via libera al piano italiano», 13 ottobre 2008, in <www.lastampa.it>.
18 Sabadin V., «Londra impegna 650 miliardi per salvare la City», in La Stampa, 9 ottobre 2008.
 
capitale sociale: davvero le istituzioni senza scopo di lucro, tipicamente pubbliche
o del terzo settore, o gli apparati della sicurezza sociale, come il sistema
del welfare, sono tutti «carrozzoni» di inutili sprechi? Regolamenti, divieti e
vincoli sono sempre «lacci e lacciuoli» nella corsa alla massimizzazione del
profitto? Non si tratta forse di strumenti per garantire i «fondamentali» della
società che la logica del profitto non riesce a tutelare e che oggi scopriamo importanti
almeno quanto quelli dell’economia?
Dalla considerazione del fattore fiducia emerge poi un’altra grave contraddizione
del sistema economico e finanziario globale: le grandi banche d’affari
americane, le più coinvolte e danneggiate dalla crisi, sono le stesse che per
anni hanno funzionato come agenzie di rating, a cui era demandata la valutazione
del rischio implicito nei titoli scambiati sui mercati di tutto il mondo. È
ancora troppo presto per sapere se tali valutazioni siano state inficiate da conflitto
di interessi, cioè se queste banche abbiano sottovalutato il rischio in modo
da rendere le attività finanziarie «tossiche» più appetibili: le autorità americane
hanno già avviato indagini sul loro operato che potrebbero condurre a brutte
sorprese, analoghe a quelle emerse nell’attività di banche e società di revisione
contabile negli scandali Parmalat 19 o Enron. In ogni caso, oltre a massicce
quantità di denaro, un grande capitale di fiducia è andato distrutto durante
questa crisi e non è azzardato prevedere che il sistema ne sconterà la mancanza
per un periodo abbastanza lungo, ad esempio attraverso un innalzamento del
tasso di interesse che deprimerà ulteriormente l’economia reale. Certamente su
chi a questo riguardo avesse operato con leggerezza o, peggio ancora, con dolo
incombe una grave responsabilità, morale prima ancora che giuridica.
5. Le regole per il mercato
Da tempo la dottrina economica annovera tra i fallimenti del mercato il non
essere in grado di produrre alcuni beni indispensabili al suo stesso funzionamento,
come la fiducia. Ma oggi la crisi dei mercati finanziari internazionali,
talvolta considerati quasi un paradigma di ogni mercato, mette l’istituzione
mercato sul banco degli imputati, insieme a un’economia e a una società che
su di esso si fondano: dai singoli fallimenti sembra si sia passati al fallimento
del mercato. Peraltro, rinverdendo polemiche che si pensavano sopite, alcune
— poche — voci si levano a sua strenua difesa. A riguardo ci pare che si possa
parafrasare quanto detto poc’anzi per la finanza: una buona società e una buona
economia si fanno con un buon mercato. E dunque non con qualunque mercato,
o con un mercato come quello finanziario che si sta dimostrando decisamente
non buono.
 
19 Cfr Bellavite Pellegrini C. – Pellegrini L., «Il caso Parmalat. Debolezza industriale, frode finanziaria
e dissesto economico», in Aggiornamenti Sociali, 7-8 (2005) 515-525.
 
Il punto oggi messo in discussione è la capacità del mercato di autoregolarsi,
cioè di eliminare le pratiche e gli operatori disfunzionali e di ritrovare
da solo l’equilibrio dopo qualsiasi perturbazione. In realtà, considerando la
questione in modo asettico, questo è quello che sta accadendo e che accadrebbe
con maggiore intensità e rapidità senza gli interventi pubblici: la crisi finanziaria
spazza via gli operatori poco accorti, lasciando sopravvivere i più forti, quasi
si trattasse di una selezione naturale; è per questa ragione che alcuni «liberisti
ortodossi» si sono opposti al piano di salvataggio del Governo americano. Il
punto che trascurano, però, è il prezzo che l’intera società si troverebbe a pagare
in termini di riduzione del capitale, del reddito e dell’occupazione. In altre
parole, sembrano considerare il mercato in sé, avulso dalla società umana al cui
benessere invece esso è ordinato.
Comunque, è quasi unanime la richiesta di nuove e migliori regole, allo
scopo di limitare i rischi futuri. La direzione che si può intravedere — ad esempio
nelle ventilate proposte di una nuova Bretton Woods 20, o più semplicemente
di divieti per determinati contratti — è quella di una riduzione dell’area in cui
gli automatismi di mercato sono lasciati funzionare da soli. In qualche modo
questo equivale ad affermare che la crisi è dovuta anche a un eccesso di fiducia
nei meccanismi di autoregolazione, a cui sono state affidate «competenze»
troppo ampie rispetto alle loro capacità 21.
Si tratta di una decisa inversione di tendenza rispetto a un lungo periodo
in cui la parola chiave era deregulation. Quello che talvolta stupisce è riconoscere
nel coro dei fautori delle regole voci che fino a pochissimo tempo fa si
ergevano a paladini di ogni liberalizzazione. Di fronte alle novità che stanno
emergendo è certamente doveroso cambiare opinione, ma questo andrebbe accompagnato
dall’ammissione di essersi sbagliati.
6. Lo Stato e la politica
L’enfasi sulla necessità di nuove regole sposta l’attenzione sulla responsabilità
della loro produzione e della vigilanza sulla loro applicazione. Così, sotto
questa spinta, oltre che sotto quella dell’urgenza di reperire ingenti risorse per
evitare il tracollo del sistema finanziario, nella vexata quaestio «Stato-mercato»,
dopo «un trentennio di fondamentalismo liberista e di litanie dogmatiche sul
“Governo che non è la soluzione, ma il problema” (Ronald Reagan dixit)» 22, il
pendolo sembra aver bruscamente invertito il suo movimento. E quello dello
 
20 Bretton Woods è la località del New Hampshire (USA) dove nel luglio 1944 si tenne la Conferenza
monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite in cui fu stabilito l’assetto delle relazioni economiche internazionali
del dopoguerra, tra cui il sistema di cambi fissi tra le principali valute che rimase in vigore fino al 1973. Cfr
De Battistini R., «I 60 anni del Fondo Monetario Internazionale», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2005) 120-132.
21 Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa,
cit., n. 349.
22 Zucconi V., «Dalle freccette ai tosatori di pecore così il Senato salvò la legge anti-crisi», in la Repubblica,
3 ottobre 2008.
 
Stato torna a essere chiamato un intervento, e non una interferenza o una perturbazione.
Per molti versi, niente di nuovo sotto il sole: molte delle misure varate
nelle scorse settimane presentano strette analogie con quelle utilizzate per uscire
dalla crisi del 1929 23, dal New Deal roosveltiano, all’economia politica di
John Maynard Keynes, fino alla nazionalizzazione delle banche italiane da parte
del regime fascista, da cui nel 1933 nacque l’iri (Istituto di ricostruzione
industriale) 24.
Ma questo prepotente ritorno dello Stato sulla scena economica, invocato a
gran voce anche da molti «operatori di mercato», è ben più di un semplice strumento
tecnico e comporta un riequilibrio generale degli assetti in base a cui le
nostre società hanno funzionato di recente. Ci sembra innanzitutto che si imponga
una rilettura di tutta la questione fiscale: se l’intervento pubblico è fondamentale
e quindi è indispensabile che lo Stato disponga di adeguate risorse,
come si può definire l’imposizione fiscale «un furto»? Alcune delle voci che
oggi invocano l’intervento dello Stato, sono le stesse che fino a poche settimane
prima con la stessa forza si battevano per una riduzione del carico fiscale, e
senza molte spiegazioni di come queste due posizioni possano stare insieme.
Un secondo punto è che, insieme allo Stato, ritorna al centro della scena
la politica: se la (pretesa) autosufficienza del mercato era fra le radici della sua
delegittimazione — a che cosa serve, se ci sono i meccanismi di autoregolazione?
— o almeno della sua riduzione al ruolo ancillare di gestione del consenso intorno
al «pensiero unico» della globalizzazione neoliberista, ora che il mercato
invoca soccorso, la politica risponde chiedendo in cambio potere. Almeno in
parte, gli accenti dirigisti dell’enfasi sulle regole trovano qui una spiegazione.
Ma, proprio nel momento in cui c’è «un contratto sociale da riscrivere, una sovranità
da ristabilire, un’autorità democratica che garantisca i diritti anche nel
mondo postnazionale, prendendo possesso persino delle bolle senza spazio né
tempo della globalizzazione» 25, la politica deve fare i conti con la propria
crisi. Come la finanza e il mercato, deve ritrovare i propri fondamenti: anche in
questo caso scontiamo la mancanza di quel capitale sociale — in termini di attitudine
a pensare politicamente e di consapevolezza ed ethos politici condivisi
— che è stato dissipato nel processo di svuotamento della politica generato
dalla globalizzazione. Ma forse si può nutrire la speranza che la «caduta degli
dei» del mercato e di un mondo regolato solo dal gioco degli interessi renda
nuovamente udibile e articolabile il lessico del bene comune, il dna dell’esercizio
dell’autorità politica.
Infine, il ritorno della politica rimette in evidenza la pluralità di logiche
dell’agire umano e la necessità di usare ciascuna nel suo ambito proprio. Contro
 
23 Cfr Zanetti G., «Ritorni lo Stato», cit.
24 Cfr Pontarollo E., «Lo scioglimento dell’IRI: fine di un’epoca», in Aggiornamenti Sociali, 11 (2003)
703-714.
25 Mauro. E., «Il nuovo disordine mondiale», in la Repubblica, 2 ottobre 2008.
 
i rischi di riduzionismo derivanti dall’idolatria del mercato 26 si era espresso
con chiarezza Giovanni Paolo II nel 2001: «Il mercato come meccanismo di
scambio è divenuto lo strumento di una nuova cultura. Molti osservatori hanno
colto il carattere intrusivo, perfino invasivo, della logica di mercato, che riduce
sempre più l’area disponibile alla comunità umana per l’azione pubblica e volontaria
a ogni livello. Il mercato impone il suo modo di pensare e di agire e
imprime sul comportamento la sua scala di valori» 27. Almeno potenzialmente,
la crisi ci consegna anche un mondo più sensibile a questa prospettiva.
7. Parole profetiche
Il discorso di Giovanni Paolo II appena citato è di grande intensità e profondità.
Un altro passaggio viene alla mente quando si cerca una sintesi del
panorama che abbiamo provato a tracciare: «l’economia di mercato è un modo
per rispondere adeguatamente alle necessità economiche delle persone […], ma
deve essere controllata dalla comunità, dal corpo sociale con il suo bene comune.
[…] è il bene comune universale a esigere che la logica intrinseca al mercato
sia accompagnata da meccanismi di controllo. Ciò è essenziale al fine di
evitare di ridurre tutti i rapporti sociali a fattori economici e di tutelare quanti
sono vittime di forme di esclusione e di emarginazione» 28. Un anno dopo il
Pontefice ribadiva: «Di fatto, spetta alla sfera politica regolamentare i mercati,
sottoporre le leggi del mercato a quelle della solidarietà, affinché le persone
e le società non siano in balia di cambiamenti economici di ogni tipo e siano
protette dalle scosse legate alla deregolamentazione dei mercati» 29.
L’attuale crisi finanziaria ci permette di riconoscere il valore profetico di
queste parole in un modo che probabilmente prima ci era precluso. Nell’esperienza
biblica, è proprio la parola dei profeti la risorsa su cui il popolo può
contare nei momenti di incertezza e smarrimento.
 
26 Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa,
cit., n. 349.
27 Giovanni Paolo II, «Discorso ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle
Scienze Sociali», 27 aprile 2001, n. 3, in <www.vatican.va>.
28 Ivi, n. 2.
29 Giovanni Paolo II, «Discorso ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle
Scienze Sociali», 11 aprile 2002, n. 5, in <www.vatican.va>.

DI CHE MEDITARE…

LA LEGGE CHE AVVELENA L’ACQUA PDF E-mail
 

 

di Mariano Turigliatto
Porta la data del 6 agosto, la stessa della bomba di Hiroshima. Non ha con sé e per fortuna nulla di atomico, ma i suoi effetti saranno comunque assai sgradevoli. Si tratta della legge 133 firmata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e in particolare del suo articolo 23 bis, approvato con il beneplacito dell’opposizione in pieno solleone e ad appena due giorni dall’inizio dei Giochi olimpici di Pechino. Senza fare troppi giri di parole, l’articolo 23 bis della legge 133 privatizza i servizi idrici. Costringe i Comuni a mettere sul mercato le proprie reti entro il 2010, espropriandoli di un’entrata certa e di una sorveglianza sul territorio che è anche garanzia di sicurezza.

La norma approvata la scorsa estate in Parlamento non ha eguali in tutta Europa e, di fatto, sublima in negativo un processo iniziato sei anni or sono, quando cioè le vecchie municipalizzate furono costrette a tramutarsi in società per azioni, più snelle e più operative. L’Italia venne così divisa in 90 bacini idrici e ai Comuni toccò consorziarsi dando mano a bollette che includevano anche tutti i costi, non più scaricabili sul resto delle tasse. Doveva essere un passo avanti, garantito dall’ingresso del privato (banche, industrie, multinazionali) e del relativo denaro. Invece è  stato un colossale flop: nessun investimento serio per rifare acquedotti o reti, tanto che nessuno tra i 26 bacini privatizzati compare tra quelli più virtuosi, capaci cioè di reti efficienti e tariffe competitive (quelle di Cap ed Mm, aziende pubbliche milanesi, sono tra le più basse d’Europa).
Ora i 64 bacini che non hanno dato spazio al privato cadono però di fronte all’articolo 23 bis: l’acqua non è più un diritto collettivo, ma un bisogno individuale che ciascuno deve pagarsi. Da un vaso di Pandora tutto tricolore fuoriescono allora squallidi scenari appena visti nei cieli di (Al)Italia: contatori e relativi profitti affidati a banche, industrie, multinazionali e via lucrando, costi di rifacimento delle reti idriche (rimaste in mano pubblica) a spese dei cittadini.

In tutta Italia si stanno organizzando forme di resistenza agli effetti di questa legge scellerata e sono soprattutto i sindaci lombardi ad aver aperto gli occhi ai loro colleghi sui nefasti effetti di una tale decisione. L’acqua è un business mondiale clamoroso, destinato a crescere in via esponenziale per via dell’offerta che si riduce e della domanda che cresce. I 64 ambiti che non hanno ceduto ai privati e che hanno spesso lavorato bene in condizioni tutt’altro che agevoli si trovano ora a confrontarsi con avversari tosti e determinati, animati dalle leve del profitto e protetti da una politica che mette in secondo piano l’utilità del servizio. Tra i già privatizzati figurano oggi almeno quattro colossi: la romana Acea che ha comprato l’acqua toscana, la Hera di Bologna attivissima in tutta la Padania, la A2A che è il frutto della fusione di Aem Milano e Asm Brescia e, ultima ma non per caso, la "nostra" Iride, figlia di genitori torinesi (Smat) e genovesi (Amga). Peraltro, Acea è stata guidata anche da Walter Veltroni. Un anno fa di questi tempi si parlava con insistenza di una fusione (o quanto meno di una strettissima collaborazione) tra la stessa Acea, Hera e Iride. Un super polo dell’acqua che, oltre a garantire profitti mai visti, avrebbe mosso poltrone politiche importanti sull’asse Roma-Bologna (Torino no, siamo troppo sabaudi per questo tipo di cose, vero?).

A Milano ben 144 Comuni hanno addirittura chiesto un referendum per cancellare il provvedimento con cui la Giunta regionale, già nel 2006, ha separato erogazione e gestione del servizio. Ad animarli, tra gli altri, l’assessore Giovanni Cocciro di Cologno Monzese che ha dichiarato di recente: "Può succedere che i contatori passino a una banca e che questa stacchi l’acqua a un condominio che non paga. A quel punto, il sindaco deve garantire il servizio minimo per ragioni sanitarie, ma non ha più la possibilità di riaprire i rubinetti e deve allora intervenire con autobotti, con acqua che costa cioè tremila volte di più. E non parliamo dei problemi di ordine pubblico: se la gente perde la pazienza, chi se ne fa carico?". Sì, perché per assurdo (ma neanche troppo, a questo punto) può succedere che per segnalare un problema o un guasto si debba telefonare anche in Australia, come è successo ai poveri inglesi che si sono visti triplicare le tariffe.
Del resto, le 400 mila firme raccolte in Italia dai vari comitati per l’acqua pubblica e depositate in Parlamento nel luglio 2007 per una proposta di legge di iniziativa popolare sono rimaste lettera morta. Non s’è trovato uno straccio di relatore né di destra né di sinistra che se ne facesse carico. E la Commissione Antitrust lo ha certificato: situazione di oligopolio con quattro attori forti. Pronta ora a papparsi tutto grazie al 23 bis.. Chi ha detto che l’acqua non ha odore e sapore?

AMMORTIZZATORI SOCIALI: COME RIFORMARLI

Un argomento di attualità, stante la crisi e l’incremento disoccupazionale previsto per i prossimi anni.

Lo Staffi di A.R.E.A. Civica di Responsabilità

Mercoledì 3 dicembre, alle ore 21 presso la sala "Pasquale Cavaliere" di Palazzo di Città 14 a Torino, verrà presentata "Un’idea sulla riforma degli ammortizzatori sociali". Si tratta di una serata ispirata dal libro scritto da Tito Boeri e Pietro Garibaldi e intitolato "Un nuovo contratto per tutti".
A discuterne mercoledì 3 saranno: Pietro Garibaldi, economista e autore del libro; Luigi Viacelli, vicepresidente dell’associazione Professionisti di outplacement e il consigliere regionale Mariano Turigliatto. A moderare l’incontro sarà Marco Sodano, giornalista de La "Stampa".
Il tema è di grande attualità anche in considerazione degli effetti che la crisi economica si avvia a produrre sul mondo del lavoro. La serata è organizzata da CIVICA.

 

 

 

 

ECONOMIA, FINANZA E RESPONSABILITA'

Il dubbio sul fatto se sia giusto che la Collettività dei contribuenti si faccia carico degli (enormi) errori dei banchieri per far sì che la banche di mezzo mondo non falliscano o se meglio sarebbe invece che, pur rilevando a mezzo di agenzie statali( tipo l’IRI degli anni Trenta del Secolo scorso) assetts e liabilities delle medesime per tutelare i risparmiatori e consentire l’operatività finanziaria nei confronti delle imprese, si lasci che l’Istituto fallimentare faccia il suo corso ed individui le responsabilità civili e penali sottostanti è uno dei temi che sarà oggetto della conferenza organizzata stasera da CIVICA su Economia, Finanza e Responsabilità .

Paolo Turati

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UNA VOCE DI OTTIMISMO

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CRISI: BRUNETTA A RADIO 3( AL PROGRAMMA‘LA CITTA’ DEGLI UOMINI’), “UNA VOLTA TANTO ABBIAMO GOVERNO FORTE”

“Una volta tanto abbiamo un governo forte, che si puo’ criticare, per carita’, ma immaginiamo che cosa sarebbe successo con il governo Prodi”, ha dichiarato il Ministro Renato Brunetta, giudicato erga omnes sin dalla sua nomina, quantomeno, come il più “innovativo” degli ultimi decenni.  “Un Governo che è capace di fare scelte anche impopolari: abbiamo detto no alla stabilizzazione dei precari, abbiamo fatto tagli per 36 miliardi di euro per tre anni, abbiamo messo in sicurezza la finanza pubblica, abbiamo fatto un contratto del pubblico impiego molto piu’ restrittivo del passato”. E, ha aggiunto Brunetta,  che c’è di che guardare con un po’ più di serenità verso il futuro in quanto possano fare molte altre Nazioni, un quanto “le nostre banche sono state infettate meno dai prodotti tossici, cioe’ i derivati. In quanto piu’ arretrati in termini di internazionalizzazione, stiamo pagando meno”. E, ha proseguito, “la nostra economia reale e’ forte: abbiamo le piccole e piccolissime imprese che hanno sette vite come i gatti”. Un Paese, il nostro, ha ulteriormente sottolineato il Ministro, “ piu’ forte degli altri, meno intossicato, con un governo che fa scelte impopolari e guarda caso ha un alto gradimento”. “Meglio un politico che dice di no” ha infine detto Brunetta “che uno che dice sempre di si’”. In effetti, nonostante la drammaticità della situazione economica( l’ ultimo "lancio" di stamane dell’Agi parla di 400.000 precari italiani a rischio posto di lavoro per prossimo mancato rinnovo del contratto causa crisi) , gli Italiani paiono per la maggior parte consolidati su un altissimo livello di gradimento sia per il Governo che, in specifico, per il suo Premier( attualmente oltre il 70%). Merito da una parte, demerito dall’altra, visto lo spettacolo desolante di cui ogni giorno l’opposizione del  Partito Democreatico si rende protagonista praticamente su tutto.

Paolo Turati.

UN MONDO COSTRUITO SULLA SABBIA

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Sabato, 22 novembre 2008

di Patrizio Brusasco

Per martedì prossimo il movimento democratico CIVICA  organizza un quanto mai attuale e interessante incontro sui rapporti tra economia, finanza e responsabilità, che si sono tinteggiati di infinite valenze e sfumature all’interno delle varie culture e delle varie religioni, che muovono in questo caso sull’altalena della ricchezza e della povertà. Vorrei quindi fare alcune considerazioni che si collegano, almeno credo, al dibattito di martedì prossimo presso la Sala Pasquale Cavaliere a Torino.

Ci ricordiamo tutti, o quasi tutti, dei moniti che ci giungevano da più parti, per lo più da saggi, maestri o anziani, quando ancora non erano anch’essi vittime dell’impazzimento collettivo, e che inneggiavano all’importanza di "costruire", di edificare, in senso materiale ma anche simbolico-spirituale, pena l’inevitabile caduta di ogni sogno e di ogni illusione.

Se è pur vero che in tutta l’esperienza umana rimane spesso un’amara constatazione della fragilità del tutto, dell’illusione cosmica che permea ogni  apparente realtà, almeno per i filosofi più acuti se pur anche stolti, ma perdendo inevitabilmente anche il senso principe dell’esistenza che è poi quello di vivere nell’impermanente come se si fosse eterni, di volare tra finito e infinito come un surfista alle prese di una gigantesca onda e sempre sul limite del baratro, come un funambolo in perenne equilibrio tra fuochi incrociati e opposte forze, è altrettanto vero che la vita prende un senso a patto che glielo si voglia dare, e la sua magia è quella di diventare ciò che noi intimamente desideriamo che essa sia, tra gioie e dolori, aspettative e frustrazioni, tra legittime aspirazioni e incapacità nel realizzarle, perché siamo e rimaniamo essenzialmente uomini, ma pure sempre creature straordinarie e dalle potenzialità insospettate.

Questo lungo e forse superfluo preambolo si sposa con la odierna situazione mondiale e con il totale fallimento dell’economia contemporanea. Forse sarebbe bastato rileggere l’etimo  greco del termine economia, vale a dire "oikos", casa, per capire come la grande finanza dei tempi moderni abbia e mantenga le sue fondamenta nella gestione del focolare domestico, ma la creatività finanziaria mista a un disegno e a un desiderio incessanti di ricchezze hanno travolto le basi stesse della sua esistenza: è stato come costruire un enorme e infinito grattacielo, con l’inconfessabile volontà di creare una Torre di Babele del benessere, senza più curarsi della base fondante che lo reggeva. E alla fine, ovviamente il palazzo è crollato, come un castello di sabbia, e con esso i sogni di una vita in rosa sempre più al verde e dunque nera.

Oggi, anche i più illustri economisti liberisti, ammettono l’importanza dell’etica in tutti i campi umani, poiché, a fronte delle batoste recenti – pare che l’uomo impari e proceda solo a seguito di sconfitte dolorose, salvo poi obliare in un nano secondo -, si è riconsiderata l’ipotesi che la devianza, intesa come deviazione dalla regola, afferente una qualsiasi disciplina o realtà cosmica, che muove attraverso un suo peculiare meccanismo preordinato, sia alla fine la causa di qualsiasi crollo e sconfitta. La morale, l’etica, che attengono al costume di una persona, di una società e di una civiltà, non sono vuoti orpelli o scelte personalistiche, ma al contrario sono leggi intrinseche a ogni realtà che ne permettono l’esistenza stessa. in Oriente si parla di "dharma" (termione sanscrito), che sarebbe appunto la legge intrinseca a ogni individuo e a ogni realtà, dalla cui devianza nasce la malattia, la disfunzione e fino alla distruzione o morte, oppure di "rita" (termine tratto dai Veda, lirici testi ariani di ispirazione religiosa), che sarebbe l’ordine su cui è creato e poggia l’universo. 

Voglio dire che forse, purtroppo per noi, tutte le branche del sapere umano, a partire dalla religione  e fino alla scienza, mantengono nel loro interno, spesso ben celate ai più, leggi sottili e profonde che sfuggono certamente a disamine grossolane e orientate a volgari speculazioni. Piacerebbe a tutti in fondo essere completamente liberi, al di là e al di qua del bene e del male, ma ho paura che ciò non sia proprio possibile, che noi ci si illuda o meno. La realtà alla fine darà sempre il suo responso che ci piaccia o meno, si chiami essa natura, o destino, o giustizia, e fino ad invocare un qualche principio teistico di qualsivoglia natura. E a noi non resta che gioire o patire per le scelte compiute, con la speranza di evitare nel nostro futuro i soliti errori.