Archivi del mese: marzo 2008

GLACIAZIONE DI LIQUIDO

Ci si è da più parti interrogati sull’origine dell’ attuale crisi finanziaria globale e le risposte consuete si sono concentrate sull‘insolvenza di milioni di mutuatari immobiliari(non solo subprime, ma anche alt-a ed “ex” prime), che un’ espansione del credito mondiale decennale ed una correlativa dinamica di tassi d’interesse epocalmente bassi aveva messo in condizione di osare un po’ troppo e sull’eccessiva proliferazione dei prodotti finanziari derivati. Certamente sono vere entrambe le cose, con la seconda(quella dei derivati, in cui sono stati impacchettati per cartolarizzarli molte centinaia di -ma, forse, anche più di mille- miliardi di Dollari di controvalore), che deve ancora dare il "peggio" di se stessa: si pensi, infatti, che l’ammontare di tali prodotti in giro per il mondo ammonta, secondo le stime di Bankitalia, a 450 mila miliardi di Dollari( provate a scrivere in cifre questo importo!), pari a dieci volte la somma dei controvalori monetari dei Pil annuali di tutte le nazioni. Va da sé che un "granellino" un po’ più grande nell’ingranaggio e… saranno dolori quali non si può neppure immaginare, per questa nostra strana civiltà economica del Terzo Millennio in cui , ormai, si consuma per poter produrre anziché, come è sempre stato, produrre per consumare. Un problema corrente su cui si pone anche un certo rilievo risiede, ovviamente, nell’aumento dei prezzi petroliferi, susseguente l’incremento della domanda mondiale, e nell’induzione inflattiva da ciò determinata. Nello specifico questa circostanza avversa per l’economia mondiale presenta aspetti quantitativi sono davvero emblematici. Si pensi che solo Arabia Saudita e Kuwait incassano ogni giorno dalla vendita del petrolio a questi prezzi( 105$ al barile) un miliardo e trecentomilioni di Dollari: vuol dire oltre cinquecento miliardi di Dollari all’anno, anziché poco più dei centoquaranta che (ripetiamo, da parte dei soli Arabia Saudita e Kuwait) sarebbe stati incassati con il petrolio a 30 Dollari di qualche tempo fa. Si tratta di trecentosessanta miliardi di Dollari annui sottratti ai consumi mondiali ed investiti, solo da questi due Paesi produttori di greggio, in attività finanziarie ad ampio raggio( non solo più Treasury bills ma anche Sovereigns wealth funds e prodotti finanziari anche derivati). Grazie a questo surplus, le nazioni petrolifere stanno assumendo un potere finanziario mondiale sempre più vasto, ancorché tendenzialmente localizzato nell’Africa mediterranea( dove, e infatti non è un caso, le Borse stanno dando buoni risultati) . La liquidità che manca al sistema finanziario mondiale è ibernata lì: chissà se questa “glaciazione finanziaria” di origine petrolifera troverà qualcosa che la sciolga in tempo, prima che le conseguenze per la crescita mondiale o, quantomeno, per il suo equilibrio divengano irreparabili? Nessuno degli interlocutori con cui mi sono ultimamente confrontato( e parlo di soggetti con responsabilità ministeriali a livello internazionale, banchieri, docenti universitari ed economisti e amministratori di multinazionali) ha saputo dare una risposta univoca a questa risposta. La mia sensazione è( ma, ripeto è una sensazione) che, per questa volta, forse, il sistema reggerà e che si recupererà una stabilità accettabile, pur “sottotracciata”, per qualche tempo. Poi, o si cambierà registro, e gli eccessi di cui si è accennato sopra verranno in qualche modo fatti rientrare, oppure il “big one” prossimo venturo sarà un terremoto finanziario che lascerà in piedi ben poco.

Paolo Turati.

Victor Vasarely (Pécs, Ungheria, 1906 – Parigi 1997)

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Alla triennale Bovisa si è da poco conclusa la mostra Victor Vasarely, “L’artista non ha che una scelta giusta: annullarsi come persona in favore della sua opera e offrirla con amore all’umanità astratta”,curata da Andrea Busto e Cristiano Isnardi, in occasione del decennale alla morte del grande artista. 

Modello di riferimento artistico di tutti i web mastes di computer grafica sin dai primi anni Ottanta, l’opera dell’artista ungherese è oggi oggetto di ampia rivalutazione sia da parte che della critica che del pubblico.Oggi, possedere un’opera di Vasarely rappresenta un "must" anche per i più raffinati collezionisti ed il trend d’ incremento dei prezzi delle sue opere si dimostra solido e costante.

La mostra ha proposto 200 opere, in nove sezioni, illustrando degnamente il percorso artistico e culturale di Victor Vasarely e del suo ruolo nella storia dell’arte del Novecento.

Trasferitosi a Parigi nel 1930 da Budapest, dove aveva frequentato ambienti contigui al Bauhaus, Vasarely entra in contatto col gruppo Abstraction-Création e si si dedica in particolare all’attività grafica, lavorando esclusivamente sul bianco e sul nero, iniziando a dinteressarsi con sempre maggiore interesse di ricerche ottico-cinetiche. Passa poi al colore e con le sue prospettive ottico-prospettiche strabilianti diviene uno dei principali esponenti della optical-art.

La concettualità e le teorie di Vasarely, tra sperimentazione matematica e utopia sociale, propongono un messaggio universale per il quale l’opera d’arte può, attraverso il suo messaggio estetico, migliorare il mondo.

 

Lo staff di A.R.E.A. Civica di Responsabilità

DAZI, CONCORRENZA E DIRITTI UMANI

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La proposta di valutare di sottoporre a dazio beni d’importazione in settori specifici, di cui sono da tempo interpreti ambienti dell’area di centrodestra( ma anche nel centrosinistra ci sono esponenti che si occupano di Economia, i quali sono ben lungi da rinnegare a priori tale opzione) si basa su tre considerazioni interne ed una esterna.

Tutela della competitività delle nostre imprese con il rispetto del funzionamento del libero mercato senza adulterazioni competitive dello stesso; protezione dei lavoratori delle aziende italiane dei medesimi settori; tutela dei consumatori: questi gli elementi interni. Sollecitazione di un politica di tutela del lavoro e dell’ambiente più attenta in determinati Paesi esportatori è quanto attiene invece all’ esterno.

Quanto al primo punto, è appena ovvio che se vi sono in giro per il mondo imprese che sfruttano competitività implicite ricavandole da fattori di sfruttamento del lavoro anche minorile, negazione dei diritti dei lavoratori e risparmi surrettizi derivanti dal poter, per esempio, inquinare liberamente l’ambiente in assenza di regolamentazione locale o sfruttare fonti energetiche a basso costo ma con enormi emissioni di CO2( come nel caso del carbone), non esiste libera concorrenza, in quanto vi sono concorrenti favoriti in partenza.

E, quindi, bisogna ricreare le condizioni equitative di concorrenza imprenditoriale.

Il fatto che, poi, tali sperequazioni produttive rendano più conveniente trasferire, da parte dei nostri imprenditori, molte lavorazioni all’estero chiudendo impianti in Italia, con ovvio aumento della disoccupazione nazionale, trascina con sé un  correlativo, serio, problema di discriminazione lavorativa.

E, quindi, bisogna che tali discriminazioni lavorative vengano riequilibrate.

Per ciò che attiene poi ai consumatori ed alla loro tutela, anche in termini di protezione della salute, basti pensare all’enorme incremento delle neoplasie registrate dalle statistiche ospedaliere negli ultimi anni, derivanti con enorme plausibilità da contatti della pelle umana con prodotti d’importazione i cui componenti devono risultare ovviamente di bassissimo costo( e, di converso, di altissima tossicità: si pensi ai metalli pesanti, ai coloranti, ai residui radioattivi) per poter risultare vincenti nella competizione sul prezzo rispetto agli equivalenti prodotti nostrani. I giocattoli fatti assemblare dalla Mattel in Cina e ritirati dal mercato in fretta e furia( con i Cinesi che hanno immediatamente fucilato sul posto, dopo sommario processo, il Presidente della ditta cinese che forniva la Mattel, chissà se per punizione esemplare o perché non potesse rivelare verità nascoste) sono solo una  punta dell’iceberg di un qualcosa che è oggi di estremo pericolo per i consumatori, solo che indossino scarpe o vestiti che potrebbero essere contaminati.

E, quindi, bisogna ripristinare  le condizioni di sicurezza per i consumatori.

Intervenire daziariamente in modo commisurato alle sperequazioni di cui sopra per calmierare tutto ciò( destinando i relativi ricavi al ristoro dei settori danneggiati), e siamo all’elemento esterno, non potrà che rendere inservibili per gli esportatori di cui s’è detto il ricorso alle “armi” finora utilizzate, con ovvie ricadute positive in termini di condizioni di lavoro e lotta all’inquinamento selvaggio.

Il modello daziario ipotizzato, ovviamente da coordinare a livello comunitario, non può dunque definirsi, di per sé, come strumento protezionistico, ma va più propriamente inquadrato come strumento di garanzia equitativa economico/lavorativa interna e come stimolo di tutela socio/umanitaria nei confronti dell’esterno.

 

Paolo Turati.

 

AL VOTO

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Mi è stato richiesto di pubblicare una sintesi dei programmi elettorali in vista delle prossime Elezioni. Ecco, allora, alcune considerazioni in merito a quanto emerge, allo stato( ove emergessero delle novità rilevanti, sarà mia cura integrarle con prossimi contributi), dai programmi dei due schieramenti che si contenderanno il Governo per i prossimi cinque anni, cioè il POPOLO DELLA LIBERTA’, guidato da Silvio Berlusconi ed il PARTITO DEMOCRATICO, che ha come leader Walter Veltroni.

 

Chiusa la parentesi biennale del Governo Unionista guidato da Prodi, circa il quale le varie maison che producono sondaggi pare proprio non abbiano più voluto -da ormai qualche mese, stanti gli avvilenti risultati emersi da questi studi nei confronti di quell ’ Esecutivo nella parte finale della scorsa Legislatura- impegnarsi in ulteriori statistiche circa il suo gradimento finale rispetto alla Corpo Elettorale , ecco avvicinarsi le Elezioni Politiche e le correlate questioni attinenti ai programmi predisposti dai contendenti.

Vediamoli allora, a grandi linee, i programmi dei due schieramenti che si battono per governare il Paese in questo momento di estrema fragilità economico-finanziaria globale.

Innanzitutto, una constatazione di base. I Programmi del Popolo della Libertà e del Partito Democratico appaiono davvero simili, anche dopo reiterate letture, e più che sulla polemica sul “chi ha copiato chi”, di per sé stucchevole ed inutile, vale la pena di osservare che i contenuti degli stessi sono improntati ad un modello, sostanzialmente, moderato. In questo, parrebbe più che il PD si sia adeguato, dopo l’esperienza Unionista ed il suo esito( ad onta della parcellizzazione in centinaia di pagine di un programma rivelatosi sostanzialmente un libro dei sogni) negativo, su un contenuto contiguo a quelle che appaiono le istanze più consone al Popolo della Libertà e non il contrario.

Dispute di primogenitura a parte, i cinque argomenti ( in totale, i programmi ne evidenziano 7 per il PDL e 12 per il PD) essenziali per la Nazione su cui s’incentrano i progetti dei due schieramenti sono quelli che riguardano: la sicurezza, la risistemazione patrimoniale dei conti pubblici anche -ed in particolare- per mezzo dell’alienazione dei cespiti statali, il fisco e la lotta all’evasione, l’alleggerimento della spesa pubblica, la crescita economica ed il mantenimento del potere d’acquisto.

 

Sicurezza. L’incremento della criminalità evidenziatosi negli ultimi due anni anche, ed in particolare, a causa dell’allargamento delle maglie sull’immigrazione ed all’Indulto promossi dal governo Prodi II( sebbene l’Indulto sia stato condiviso anche da parte dell’opposizione), impongono, e tutti e due gli schieramenti appaiono sostanzialmente concordi, una più stretta regolamentazione. Il PDL, già attivo in questo campo quando era al Governo Berlusconi, appare, obbiettivamente, più attrezzato ed operativamente strutturato a livello di fattibilità progettuale.

 

Alienazione dei cespiti statali. Similitudini anche qui, sulla necessità, non solo di far cassa ma anche di eliminare inutilizzi e carenze gestionali foriere di perdite potenziali ed effettive. Qui l’azione proposta PDL si prospetta come più efficiente ed incisiva( la  svendita di Alitalia , ritenuta come poco motivata addirittura da parte del Ministro dei Trasporti unionista -ancora in carica per prorogatio- Bianchi, tentata in tutta fretta dal Governo Prodi depone come pessimo viatico per il Centrosinistra), con che si eviti un eccesso di “finanza creativa”, pur con tutti i limiti di effettiva fattibilità per i ben noti aspetti di “casta”, che interessano anche il successivo punto sull’abbattimento dei costi eccessivi dello Stato.

 

Fisco e lotta all’evasione. Entrambi gli schieramenti escludono futuri condoni fiscali, anche per modificare alcune “abitudini” fiscali discutibili assunte da certi contribuenti, in effetti, durante il Governo Berlusconi II.   Nel campo dell’evasione fiscale, il PD appare più motivato ed affidabile nell’ ottenere potenziali risultati erariali importanti. Quanto alla fiscalità generale sarà comunque necessario usare la massima cautela(in particolar modo evitando tassativamente, stanti anche i momenti attuali di crisi finanziaria, il più volte minacciato -dal Governo Prodi II- aggravio fiscale sul Risparmio, escluso esplicitamente per il futuro solo dal PDL) , onde non soffocare l’Economia in modo non producente, com’è avvenuto negli ultimi due anni e non far percepire l’amministrazione statale come operante nei confronti del cittadino in un sistema di “Stato di polizia”: sotto questo punto di vista il PDL appare più rassicurante. Il problema nodale da affrontare nel futuro sarà però una Rivoluzione “Copernicana” fiscale che renda la detraibilità le regola e l’indetraibilità l’eccezione( il contrario di oggi), come nei sistemi anglosassoni:solo così si potrà far emergere il sommerso e, con esso, l’evasione fiscale fisiologica. Chi saprà realizzare questo progetto otterrà certamente un grosso risultato nel  riequilibrio dei conti dello Stato.

 

Abbattimento dei costi dello Stato. Problemi di “casta” a parte, il piano del PD appare quantitativamente aggressivo( 15 miliardi annui), ma forzatamente velleitario, stanti anche le problematiche socioeconomiche attualmente in essere e, presumibilmente, in corso di aggravamento. Più limitato( 5 miliardi annui) e forse leggermente conservativo quello del PDL, ma dotato più obbiettiva fattibilità.

 

Crescita economica e mantenimento del potere d’acquisto. Concordia anche sul fatto che prima bisogna favorire la crescita, onde poi intervenire sui conti pubblici. Parallelamente alla crescita economica, le iniziative politico-sociali di rivalutazione salariale e pensionistica proposte appaiono piuttosto allineate da parte di entrambi gli schieramenti: la differenziazione fondamentale riguarda, al solito, la presunzione di  primogenitura dell’ idea e le modalità di reperimento( sostanzialmente obbligato ad essere simile dall’ obbiettività delle circostanze) delle risorse finanziarie. Anche il PD, dopo l’esperienza negativa del  proprio Governo Prodi II, sembra aver riconvertito l’ottica della propria azione di politica economica in senso premiante la crescita, il che, ma solo se si dimostrerà  un intento duraturo, si presenta come riconversione culturale, già di per sé, positiva. Il  PDL rispolvera, aggiornandolo in diversi punti, con l’aggiunta di una particolare attenzione alla soluzione del problema dello smaltimento dei rifiuti, quanto è restato incompiuto nella propria esperienza governativa precedente: crescita attraverso lo sviluppo delle opere pubbliche e del settore energetico, in effetti, sempre più centrale, quest ’ultimo, per il futuro del nostro Paese.

 

Spero di aver delineato uno spaccato dei programmi utile ed intelligibile. Scegliete chi volete tra PDL e PD, ma andate a votare: non c’è senso di disillusione verso la Politica o di snobismo culturale che tenga, di fronte anche solo al rispetto che dobbiamo agli innumerevoli uomini e donne che nel passato si sono battuti e, a volte, hanno immolato la propria vita per darci, oggi, il diritto al voto.

 

 Paolo Turati.

Ho il piacere di pubblicare qui di seguito un contributo estremamente intressante sul tema del "clima", opera dell’ amico e noto scrittore Carlo Mariano Sartoris, che me ne ha data gentile licenza. Lo ringrazio sentitamente, stante l’ attenzione di questa testata per tutte le problematiche del "vivere" umano. 

Paolo Turati

                                         

SIC..CITTA’, UN CANTO PER LA PIOGGIA – variazioni climatiche

Vigilia di Pasqua 2008-03-22, Torino,
non piove da mesi, fa caldo, molto caldo oggi..

…è il clima che cambia, una materia alla moda, improvvisati esperti ne ragionano in tv. Ascolto, per quanto sento e so, nessuno penetra a fondo nel tema, nessuno sa e chi sa tace. Il problema è serio, eppure quasi sottaciuto.
A Torino e dintorni non piove da mesi, le Alpi ci guardano, sempre meno innevate, secche e seccate dalla nostra arrogante irrazionalità. La colpa è nostra. Sanno che loro sopravvivranno, immobili giganti, guardiani stupiti, spettatori di tante storie dell’uomo, lì erano da prima del nostro tempo, lì resteranno anche dopo di noi.
In Piemonte non piove da mesi, il motivo è banale, il microclima pedemontano non poteva che adeguarsi a scellerate scelte. Da Biella a Cuneo, ormai scorre una lunga, calda città lineare, non era così solo vent’anni or sono.
Le nubi non lo sanno, arrivano sospinte dai venti che da sempre le guidano da nord e da occidente: frenano contro le Alpi Cozie e Graie, ma non le superano più, non ritrovano le vie delle vallate che le invitavano ad invadere la pianura umida. Sono chiuse.
Altissima, invisibile la cortina di correnti ascensionali impedisce loro di seguire il percorso naturale. La barriera è cresciuta in fretta, si sente col naso, si vede di sera, rossastra massa di gas, pulviscolo e calore. Mio padre la chiamava smog, erano gli anni ’60. Lo smog era un manto cupo che copriva la città, era una novità. Me la mostrava dalla valle di Susa quand’ero piccolo, curioso, attento alle meraviglie del mondo; quando di notte si vedevano le stelle anche da Piazza Vittorio, quando di sera calava la nebbia e s’intrufolava tra le vie della periferia. Ora che siamo al capolinea dell’inquinamento, lo smog è dovunque, ma non ha più neppure un nome.
Non sono stupide le nuvole, verso Torino e Cuneo non calano più, svicolano da basso, vanno a piovere verso sud, scegliendo nuove, più comode strade. Il motivo è banale.
Chi non se ne intende si soffermi ad osservare da che parte va l’azzurro fumo di una sigaretta. Sale: come è giusto che sia. Col calore le molecole si allontanano, l’aria si fa più leggera e va su.
Invisibili, scaldano l’aria i milioni di motori che si spostano ogni giorno lungo le strade e le tangenziali nate a ridosso delle Alpi. Scaldano l’aria le migliaia di nuove abitazioni che hanno tappezzato la pianura; con i loro riscaldamenti, i loro cementi, i terrazzi, i vicoli che portano ai nuovi insediamenti. Scaldano l’aria gli asfalti delle grandi superfici commerciali, dei capannoni, delle zone industriali, dei grandi autosaloni dove dormono i metalli di milioni di auto nuove e usate. L’umida terra che fu pianura da bagnare è sempre di meno,
E l’aria sale, calda e sporca massa intasata di anidride carbonica, sale a tremila metri, insormontabile schifezza, invisibile muraglia per i venti. Non sono stupide le nuvole, loro no, sterzano, aggirano il bastione d’aria calda che, dal Piemonte asfaltato e industriale, sale sempre di più. Le nuvole seguono strade comode, e piove a Roma, nevica a Sassari, diluvia a Napoli, si scia sull’Appennino.
Non è un problema solo nostro, secca pure in Argentina… Si sa che il fenomeno è globale e bisogna cambiare in fretta stile di vita, petrolio e cilindrata, il cambiamento climatico non è certo colpa del nuovo Piemonte asfaltato, ma la nostra regione a ridosso delle Alpi, proprio per la sua posizione fisica nei confronti delle perturbazioni atlantiche, è la più vulnerabile, la più colpita dalle sue stesse scelte urbanistiche. Tornare indietro non è cosa semplice, credo che sia ora che chi sa lo dica o tenti di smentirmi, sarei felice di sbagliarmi. Spero che da domani piova, che nevichi per una settimana intera…
Non è la prima volta che l’uomo tenta di disintegrare ogni cosa. Nel 1970 i Giganti cantavano “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, sta di fatto che guerra mondiale non fu. Che cosa dovremmo mettere oggi nei nostri serbatoi e nelle nostre caldaie? Io non so scrivere questa canzone, ma credo sia venuto il momento di farsi più umili, più piccoli e ritornare a dialogare con la nostra grande madre Terra.
Carlo Mariano Sartoris
Inutile laurea in energie rinnovabili nel 1981

CRISI DEI MUTUI:QUALI SOLUZIONI?

Come avevamo, ahimè, paventato qualche anno fa, quando i tempi non erano sospetti  ma si intravedeva che la dinamica dell’espansione del credito era già troppo “tirata”, la crisi dei mutui si è andata manifestando anche nel nostro Paese, con una virulenza la cui entità inizia a dare preoccupazioni. Non poteva, d’alta parte essere, altrimenti. Milioni di mutui ipotecari concessi indiscriminatamente a fasce della popolazione, se non deboli, quantomeno economicamente “borderline”, per importi pari anche all’intero valore dell’immobile e con ammortamenti polidecennali non potevano, già di per sé, delineare rosee prospettive per il futuro.

Il fatto, poi, che il 90% dei mutui concessi in Italia dopo l’introduzione dell’Euro( quindi in una situazione epocale ed irripetibile di ribasso dei tassi d’interesse per il nostro Paese ), siano stati a tasso variabile( cioè, legati all’incognita del rialzo dei tassi d’interesse, come, purtroppo, si è puntualmente verificato) ha reso la situazione ancora più grave.

Ora toccherebbe correre ai ripari, data l’entità del problema, che sta diventando di ordine sociale e che si svilupperà inevitabilmente in senso negativo per i decenni a venire, ma è questo un toro che non si lascerà di certo afferrare facilmente per le corna. Trenta – quarant’anni di rate( con l’incognita ulteriore della crescita delle stesse, per chi ha stipulato un contratto a tasso variabile)non lasciano praticamente scampo a nessuno:una malattia, una separazione, la perdita del lavoro ed il pignoramento è dietro l’angolo.

Viene da domandarsi perché i mutuatari dell’ultima ora( e sono milioni) abbiano sottoscritto a man bassa i contratti a tasso variabile e per che motivo le banche abbiano promosso senza quasi eccezioni questa soluzione. La risposta è più sociologica che “economistica”.  I primi sono stati mossi da sostanziale “avidità marginale”: raggiunto il sogno, per anni negato, di possedere una casa( o, meglio ancora, di non essere più, finalmente, uno dei pochi Italiani- che, per l ‘83%, sono proprietari della casa in cui vivono- a non possederla), un aumento di “ofelimità” ulteriormente raggiungibile  consisteva nel pagarla (apparentemente) anche agevolmente e con comode  rate( la considerazione, effettivamente valida per un paio d’anni, che canone d’affitto e rata di mutuo a lungo periodo di ammortamento fossero sostanzialmente equivalenti è stato il detonatore ad orologeria di questa bomba che, ora, sta scoppiando). Nulla di più errato, ovviamente, stante anche il fatto che i  mutuatari degli ultimi due- tre anni hanno comprato a prezzi al metro quadrato incrementatisi irragionevolmente oltre ogni misura proprio a causa dell’aumento della domanda di immobili che loro stessi stavano, tutti assieme, provocando con i loro acquisti.

In concorso di colpa con i mutuatari, le banche, avevano, dal canto loro, l’esigenza commerciale di “vendere” mutui nella maggior quantità possibile. “Vendere” un 2,9% annuo(il tasso delle prime scadenze era, nei periodi migliori, anche sotto a questo livello, e nessuno voleva badare a gettare l’occhio un po’ più in là) d’interesse a tasso variabile era certamente più facile che “vendere” un 4% a tasso fisso. Alla banche interessava più che altro concludere contratti: economicamente, per loro, approvvigionarsi a livello di  mercato interbancario a tasso fisso o variabile( a parte qualche marginalità di ricarico) era quasi indifferente.

Importava, essenzialmente, incrementare la massa di finanziamenti ipotecari per due motivi. Innanzitutto, per la caratteristica tipologica del finanziamento, asservito da garanzia reale e, quindi, con pochi rischi. E, poi, per l’aspetto reddituale, assai cospicuo. Si pensi ad uno “spread”( cioè il ricarico che la banca applica al mutuatario sul tasso d’interesse rispetto a quello corrente sul mercato interbancario) del 0,9% insistente su un, per esempio, tasso annuo del 2% variabile derivante dai livelli(in allora) correnti interbancari(totale a carico del mutuatario 2,9%): per l’istituto erogante voleva dire “ricaricare” il costo della “merce denaro” di circa il 40%.

Tutto troppo bello per tutti! I casi Bear Stearns, Carlyle Capital, Northern Rock sono oggi l’esempio degli eccessi prodottisi nel settore, ma non è che, in precedenza, non si fossero verificati casi simili da cui trarre lezione: si pensi al crack colossale della banca americana, garantita dallo Stato, Centrust Savings Bank, a metà anni Ottanta o alla crisi della tedesca Hypo Vereins Bank a inizio Millennio.

Ora la crisi c’è, e bisogna affrontarla, in particolare, per quanto riguarda l’Italia( allo stato non–ancora?- particolarmente “a rischio” sul fronte bancario), sul versante dei mutuatari. Non sono, ovviamente, pensabili soluzioni draconiane e che violino il diritto commerciale e la libera concorrenza. Un mix di palliativi potrebbe però rendere la situazione più sostenibile, in attesa di una chiarificazione delle problematiche internazionali, che potrebbe scongiurare rialzi ulteriori dei tassi d’interesse(quantomeno, nel breve periodo, tenendo con una certa serenità conto, comunque, che gli alti tassi d’interesse della vecchia Lira con non torneranno quasi certamente più). Fondi di Solidarietà locali che supportino quello già previsto a livello centrale con la Legge Finanziaria da poco approvata a sostegno di eventuali difficoltà nel pagamento di sporadiche rate da parte di mutuatari meritevoli, integrando se possibile l’azione con proposte di fiscalità locale compensativa volte alla riduzione degli “spread” bancari(in certi casi pari anche all’ 1,5% o più) in sede di eventuale rinegoziazione dei contratti e incrementi di detraibilità delle rate in sede Irpef per i mutuatari sono proposte che vanno certamente nella direzione giusta. Andrebbe poi strutturato, sulla scorta di modelli già esistenti( per esempio a Singapore), un Fondo Nazionale che intercetti immobili a rischio di esecuzione mobiliare “compensandoli” nei confronti di mutuatari in difficoltà ( ma non insolventi) che ritengano di subentrare in situazioni immobiliari dimensionalmente e numerariamente meno onerose rispetto alla scelta effettuata a suo tempo.

Paolo Turati

DOMANDE AL POLITICO(SECONDA PARTE)

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Cliccando sul link qui sopra, potrete leggere una pagina de "Il sole 24 ore" recentemente dedicata alle istanze di un ambiente qualificato, come quello di Confcooperative, al leader del Popolo della Libertà, Silvio Berlusconi, in previsione delle prossime Elezioni Politiche. Così come la scorsa settimana avevamo fatto ,evidenziando l’articolo apparso su "La Repubblica" in merito a richieste che il mondo della cosiddetta "società civile" rivolgeva al candidato Premier del Partito Democratico, ecco quindi alcuni motivi di riflessione rispetto ad un settore assai caratterizzante per l’economia italiana. Un settore, quello cooperativo, con grandi luci( forte dinamismo imprenditoriale, numerosissimi posti di lavoro a disposizione della popolazione) ed alcuni spazi d’ombra, come i privilegi fiscali, oggi -in molti casi- anacronistici e causa di grandi sperequazioni nella libera concorrenza di mercato: spazi d’ombra che, stante l’univoca tendenza segnalata da tutti gli istituti demoscopici circa il cospicuo vantaggio nei sondaggi del PDL rispetto al PD( che solo un malaugurato -ovviamente, per il PDL: per il PD vale l’esatto contrario- incremento di astensionismo elettorale potrebbe in qualche modo rendere meno ampio, con tutte le conseguenze del caso in termini di numeri necessari per la governabilità del Paese), saranno facilmente oggetto di attenzione del Centrodestra nel corso della prossima Legislatura.

Paolo Turati