Archivi del mese: febbraio 2008

25 Aprile 1911: Mompracem, in riva al Po( seconda parte)

 “Tutti ripresero a correre tra i cespugli nella boscaglia; ma Marianna non riusciva più a correre come prima; sempre più pallida, sempre più debole, vacillava. Sandokan la trascinava per mano e lei sì lasciava trascinare stringendo i denti. Ma d’un tratto non ne poté più, sì lasciò andare. Sandokan sì fermò; si voltò a guardarla; vide il suo pallore e comprese.

– Marianna – mormorò. – Sei ferita!

Sul petto di Marianna scorreva il sangue che si allargava sull’abito bianco in una macchia vermiglia grande come una rosa. Tutti si fermarono intorno a lei muti, tesi, commossi.

– Perché non hai detto niente?

– Per non fermarti, Sandokan…. – mormorò Marianna. Poi fissò intensamente gli occhi negli occhi del suo sposo e soggiunse: – Come ti amo!… Questo poco tempo vissuto con te vale più di cento anni d’amore….

Tacque. Non aveva più la forza di parlare. Sandokan, come inebetito, pieno d’amore, di pietà intensa e struggente, non poté far altro che stringerla teneramente tra le braccia e mormorarle come se fosse un segreto fra loro due:

– Ho amato solo te e continuerò ad amarti finché avrò vita.

Ma subito la sua violenza, la sua rabbia, il carattere che avevano fatto di lui il pirata più temibile del mari della Malesia, presero il sopravvento: lo costrinsero ancora a lottare, a ribellarsi. Raccolse Marianna fra le braccia, la sollevò; si mise a correre portandola in braccio seguito dai tigrotti. E corsero, corsero ansimando, incespicando, resistendo al desiderio di lasciarsi andare, corsero attraverso la boscaglia afosa, tormentati dalla sete e dagli insetti. Yanez, il viso stravolto, ma duro, stringendo fra le labbra l’ultima sigaretta spenta, chiudeva la ritirata.

Poi, d’un tratto, Sandokan si fermò. Senza voltarsi disse con voce bassa, chiara, tremenda:

– E morta, Yanez. E’ morta.

E lentamente, dolcemente, l’adagiò a terra: ve la compose, ne accomodò i lunghi capelli biondi sparsi sul viso. Poi si alzò, fece un cenno con il capo ai tigrotti che erano vicini e questi cominciarono a scavare la fossa con i parang; fu una fossa poco profonda, perché non c’era tempo. Sandokan, chiuso in un dolore atroce, vi depose il corpo della donna amata. La spoglia fu coperta di terra e poi di grossi sassi; Sambigliong, in disparte, con una selce appuntita. scrisse su una lastra di pietra il nome: Marianna.

Sandokan parve risvegliarsi in quel momento; si rivolse all’amico fedele:

– Yanez, qual è il simbolo della sua religione? Forse vorrebbe accanto il suo Dio, nella morte.

Senza rispondere Yanez staccò due rami da un albero; li ripulì e con un tralcio li legò a forma di croce. Si inginocchiò a terra e piantò quella rozza croce fra i sassi, sopra quello sul quale era stato inciso il nome.

In quel momento si udì il rumore del nemico che avanzava; si udirono degli spari; Sandokan s’inginocchiò a sua volta accanto alla tomba di Marianna, si sfilò l’anello dal dito e lo pose ai piedi della croce.

Agli spari, Yanez si era slanciato indietro; cominciò a sparare a sua volta. – Sandokan! – gridò: – Sandokan! – E poi rivolto ai tigrotti che erano accorsi accanto a lui: – Fuoco! Diamogli addosso!

Tutti si slanciarono contro il nemico che avanzava, sparando e mulinando i parangs. Sandokan rimase solo; sembrava indifferente a tutto: il suo volto era devastato dal dolore. Poco dopo, cessato ogni rumore alle sue spalle, vide riapparire Yanez, il quale gli si avvicinò, gli pose una mano sulla spalla.

– Dobbiamo andare – disse.

Sandokan si voltò a guardarlo, con gli occhi sbarrati, fissi: forse non lo riconobbe nemmeno.”

 

 

Marianna e Sandokan, Ida ed Emilio, con tutto in comune…oppure niente, non sapeva neanche lui, se non l’ansia del vivere e l’angoscia del perdersi Quello stesso stato d’animo che già aveva reso suicida suo padre e che perseguitava anche lui in modo angoscioso e costante.

Ida in manicomio e lui senz’altri mezzi per poterla assistere. Lì ed in quel momento era come se il destino avesse deciso una volta per tutte per lui. Si scherza, diceva spesso a se stesso durante le sue riflessioni, ma basta un niente per finire nel baratro. Sissignore! La gloria ed il benessere hanno un prezzo, che prima o poi viene richiesto. I suoi colleghi benestanti (che certo erano stati capaci di vendere l’anima al Diavolo a condizioni migliori delle sue) se ne sarebbero accorti anche loro, non ne aveva dubbi. Ma, prima sarebbe toccato a lui. Avrebbe pagato la sua ansia di fama. Quella sollecitudine che lo aveva indotto a scrivere centinaia di romanzi nel buio della sua stanza (tanto che ora quasi non ci vedeva più) senza badare ad aspetti che, pure, non sarebbero stati secondari, specie in termini di sussistenza materiale. Ora, con l’editore fiorentino Bemporad, aveva iniziato a guadagnare qualcosa di più, ma le migliaia di pagine della sua migliore produzione degli anni passati scambiate per un piatto di lenticchie(cioè una cifretta “una tantum” per ogni opera) pesavano sulla sua coscienza di capofamiglia come un macigno. I suoi figli avrebbero patito l’indigenza per la sua superbia: aveva pensato che le idee e la salute non gli sarebbero mai venute meno. E, invece, le une e l’ altra, erano di colpo svanite. Se n’era reso conto in un attimo. Era venuto il tempo della fine.

Gli si inumidirono gli occhi, mentre saliva da Corso Moncalieri verso il nuovissimo ponte Umberto I, terminato da pochi anni.

Passando sul ponte con l’intenzione recarsi ancora una volta a “respirare”la fragrante aria del Parco del Valentino, proprio all’altezza della statua intitolata dallo scultore Reduzzi -che l’aveva terminata appena l’anno precedente, il 1910, per la sua collocazione sul ponte- “ L’allegoria dell’arte”, guardò nel fiume, nel suo scorrere da monte. Le acque erano limpide, riposanti…forse era ora…no troppa gente… . Panorama stupendo, comunque…meritava forse di soffermarsi ancora un po’… .

Quell’anno la portata del Po era notevole, il che giustificava in modo evidente, rifletté Emilio,  il fatto della sua navigabilità sin dai tempi antichi. Sin dal tempo dei Romani.

Entrare nel Parco di pertinenza del castello reale del Valentino, eretto a ridosso del Po nella zona in cui sorgevano antichi mulini, dirigendosi verso l’altro Parco Reale della località Millefonti, significava passare davanti agli imbarcaderi delle più gloriose Società di canottaggio di Torino. A parte la Società Caprera di Corso Mancalieri, che aveva sede in Corso Moncalieri, al di là del ponte che aveva appena attraversato, così pure come quella dell’Eridano, sulla riva del Valentino sorgevano in quel tratto fluviale l’Armida ed il Cerea, nate, come pure tutte le altre, nella seconda metà dell’Ottocento. Quante regate aveva portato a vedere ai suoi figli! Gli sembrava ogni volta di stare assistendo alla gara fra Oxford e Cambridge! Trucco della sua solita fantasia, si diceva. Ma erano già di per loro davvero spettacoli esaltanti. Una vera e propria mania che lo aveva contagiato, come molti Torinesi di quegli anni per la voga.

Monte dei cappuccini…Mompracem…faceva sempre più fatica a scollegare la realtà dalla fantasia.

“Dal mare, Mompracem appariva come una roccia inespugnabile. Sorgeva improvvisa dall’acqua, tagliandosi contro il cielo, come fosse stata un piccolo scoglio. E non molto di più era, benché la sua fama e la fama dei pirati che l’abitavano la rendessero famosa dappertutto e in un certo senso la facessero diventare grande.

La baia, protetta da una scogliera che si protendeva nel mare, era il porto naturale dell’isola nel quale si dondolavano pigramente alcuni navigli: sottili praho da corsa e qualche piccola barca. In fondo alla baia sorgevano, allineate di là dalla breve spiaggia, fra le palme, le capanne del villaggio. Più indietro ancora, sul selvaggio pendio roccioso lungo il quale correvano le volute di un sentiero, un labirinto di trincee sfondate, di terrapieni cadenti, di stecconati divelti, di gabbioni sventrati, attorno ai quali si scorgevano ancora armi spezzate e ossa umane, testimoniava delle furiose battaglie che si erano combattute sull’isola. Qua e là, una postazione con un piccolo cannone e un uomo di guardia dimostrava che Mompracem non era in pace, che si aspettava di essere attaccata dal mare e che, nello stesso tempo, era pronta a accogliere il nemico, chiunque fosse.

Più in su, altre capanne e poi un bosco che si estendeva oltre il crinale, allargandosi a coprire buona parte dell’isola. Ma la cosa più notevole era la capanna che sorgeva su uno sprone di roccia, solitaria come un nido d’aquila e, nello stesso tempo, protesa sul villaggio e sulla baia come a dominarli e proteggerli. Davanti alla capanna si apriva una veranda alla quale si giungeva anche direttamente dal piccolo molo per mezzo di un’ardita scala di bambù che costeggiava la parete dello strapiombo. Sul tetto sventolava una bandiera rossa al centro della quale campeggiava una testa di tigre.

Ad un tratto la porta della capanna si aprì e sulla soglia apparve un uomo che stringeva in mano un lungo cannocchiale da marina. Si guardò intorno, poi chiamò:

– Ragno di mare!

Subito, da dietro l’angolo della capanna apparve un uomo. Un malese dalla fosca faccia da pirata, armato di parang e di pistola.

Eccomi, capitano Yanez!

– Che cosa sta accadendo? Perché questo silenzio?

In effetti su tutta la baia non si sentiva una voce, non un grido di quelli che si scambiano i pescatori e i marinai, S’udiva solo lo stormire delle fronde e, lontanissimo, il rumore della risacca.

– Capitano Yanez, finché lui non tornerà la gente non riuscirà ad essere tranquilla.

– Lo so, questo – disse Yanez. – Ma lui tornerà: è sempre tornato.”

 

Doveva tornare, ma da dove e per dove?…Era così lontano… .Venne preso da uno strano stordimento, la strada gli si fece erta…faceva fatica a procedere oltre.

Due Carabinieri a cavallo rallentarono l’andatura, passandoli vicino. Si guardarono dubbiosi, caso mai fosse il caso di intervenire. Finirono per pensare che fosse un ubriaco non molesto e lasciarono perdere. Così che Emilio, riavutosi infine con costernazione dal suo stato, riprese il proprio percorso verso quel posto in cui…ritornare e dove, magari, dopo una notte in guardina non sarebbe arrivato.

Non salì su un praho, giunto incoscientemente all’altezza del Ponte Principessa Isabella.

Non seppe neppure come fosse accaduto, ma si ritrovò su di una chiatta che discendeva lenta la corrente.

Era passato parecchio tempo, se, ridisceso che fu all’altezza della Gran Madre, si era fatto pomeriggio inoltrato. Le luci ad olio di Via Po e delle due grandi Piazze da questa congiunte avrebbero presto iniziato ad accendersi.

La temperatura s’era di colpo abbassata, o così gli era parso.

Forse gli stava salendo la febbre e si sentiva intorpidito…sfinito.

Con quale forza non si rese conto neppure lui, raggiunse corso Casale e s’inerpicò sulle stradine della collina .

Su, ancora su, poi a sinistra, quindi dentro una macchia boschiva. Una roggia da superare, un fosso da evitare, con l’ansimare del suo fiato nelle orecchie, ed il buio che incombeva.

Ma conosceva bene la strada.

L’avrebbero iniziato presto a cercare. Era tranquillo:lo avrebbero di certo trovato al momento giusto.

I fogli…dove li aveva messi? La lettera agli editori e quella ai figli, con scarne istruzioni che definire patrimoniali faceva persino ridere.

Ridere! Sì! Era ora di farlo. Non aveva più riso di decenni. Ridere con un cuore finalmente leggero.

Gioire per lo stare per riappropriarsi delle proprie emozioni. Riaccendersi d’amore, soffrire, piangere, esaltarsi…tutto fuso insieme! Che estasi!

E tutto grazie ad un pezzo di ferro.

Un ultimo raggio del sole che tramontava dietro al Monviso illuminò la lama che usciva dal fodero di cuoio di elefante bianco tempestato di pietre preziose di Sandokan. (Fine)

 

Paolo Turati

 

      

 

                  

 

 

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ENERGIA:GLI ALTRI SI MUOVONO…

C’è un gap temporale da colmare, ormai l’ hanno capito in molti, per quanto riguarda la questione energetica. Ed è un lasso che si sta facendo sempre più preoccupantemente ampio. Se, fino a qualche anno fa, lo si stimava nella misura di anni( decenni) intercorrenti fra la fine delle scorte di petrolio e metano del pianeta e l’entrata a regime della fusione nucleare, oggi la vicenda si fa più complessa. L’aumento incontenibile dei prezzi dei combustibili fossili ha introdotto una nuova variante. Conseguentemente, il buco temporale( per quanto riguarda la disponibilità di energia) andrà calcolato fra il momento in cui i prezzi di petrolio e metano non saranno più accettabili per la loro elevatezza e quando si riuscirà a produrre energia nucleare da fusione totalmente pulita e a basso costo in quantità sufficiente.

Questo spazio cronologico potrà essere energeticamente colmato solo con fonti rinnovabili( energia solare, da biomasse, eolica), con il nucleare di terza e, con massima rilevanza, di quarta generazione( strategico, per esempio, per i Francesi) e…dal carbone! Non, però, dal carbone utilizzato per le inquinantissime centrali termiche( non solo i Cinesi, ma anche gli stessi Inglesi si sono organizzati ad implementarle, con buona pace dei proclami provenienti d’oltremanica a favore dell’energia eolica, idroelettrica e da biomasse), ma da quello prima liquefatto e poi gassificato. Questa tecnologia, che sarà messa a punto a cavallo del 2020, consentirà l’abbattimento dell’ inquinamento derivante dalla combustione del carbonio e, cosa di ulteriore rilievo, consentirà “liberazione” di  energia in quantità rilevantissima: le scorte planetarie di carbone consistono, infatti, di 700 miliardi di Tonnellate di petrolio equivalente( contro i 150 miliardi di petrolio, gli altrettanti di gas e i 60 miliardi di uranio).

L’attenzione verso il nucleare di quarta generazione parte da due tipologie tecnologiche:quella relativa ai reattori a neutroni termici e quella dei reattori a neutroni veloci. Quest’ultima, sarà probabilmente quella d’elezione, stante la potenzialità che questi reattori possiedono di produrre nuovo combustibile nucleare attraverso le cosiddette “reazioni di fertilizzazione”, con generazione di fissile dall’Uranio 238 o dal Torio 232.

Le altre fonti alternative, sfortunatamente, appaiono obbiettivamente “deboli” sotto l’uno o l’altro punto di vista.

Per le centrali idroelettriche c’è da confrontarsi con l’impatto ambientale e con la scarsità d’acqua( specie in certe aree). Per l’energia solare, bisognerebbe tappezzare con specchi parti troppo estese della superficie del pianeta, onde si possa generare una produzione energetica quantitativamente significativa. Quanto alle “fonti” da biomasse, la loro aumentata richiesta, sta facendo lievitare i prezzi di molti alimentari in maniera eccessiva.

L’Italia, in tutto questo, si ritrova, come spesso accade, come il classico vaso di cristallo circondato da cilindri di piombo nel corso di un trasporto su gomma lungo una strada dissestata.

Unici fra i principali paesi europei ad essere debitori netti -per il 17%- del nostro fabbisogno energetico( solo la Spagna è in pari, gli altri sono tutti esportatori netti, che noi, quindi, sostanzialmente finanziamo), non abbiamo ancora deciso cosa faremo “da grandi”.

E neppure come faremo per affrontare le emergenze immediate: una mancata strategia attuativa almeno relativa ai rigassificatori non mancherà, c’è da metterlo in conto (almeno per cercare di esorcizzarlo), di rivelarsi da un oggi ad un domani invernali (speriamo il più lontani possibile) come un’ “agghiacciante” cartine di tornasole( fra le tante) dell’inefficienza del nostro apparato politico-statale.

 

Paolo Turati    

 

UN OMAGGIO A EMILIO SALGARI

Il pezzo pubblicato oggi, che sarà proseguito a breve con un altro che lo completerà, ripercorre, in parte fantasiosamente, in parte verosimilmente, in parte con elementi reali, l’ultimo giorno di vita di Emilio Salgari. Pare opportuno inaugurare, in questo spazio web, quanto attiene al commento letterario con un ricordo proprio del grande scrittore veneto, "naturalizzato" torinese, in quanto "testimonial" di tanti altri che, come lui, hanno reso più belle le nostre vite attraverso la loro arte. E’ un omaggio a chi, con la sola forza della propria immaginazione( ma sarà solo così, o "dietro" alle intuizioni artistiche c’è anche altro?) è stato( ed è) in grado di creare mondi, se non veri( ed anche qui ci sarebbe da discuterne) come quello reale, sicuramente molto più seducenti, e, perchè no, addirittura più "consolidati". Cosa sarà della nostra civiltà fra, anche solo, pochi anni non ci è dato di sapere, ma Sandokan, Yanez,  e Marianna  sono ormai, e per fortuna, al sicuro nella cassaforte dei "ricordi delle generazioni "( Carl Gustav Jung avrebbe usato un termine diverso, ma la sostanza premane). Non cambieranno, nè moriranno mai.

Paolo Turati

25 APRILE 1911: MOMPRACEM, IN RIVA AL PO

 

 "A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna." (Emilio Salgàri)    

 

      Siede la terra dove nata fui 
su la marina dove ’l Po discende 
per aver pace co ’ seguaci sui. 
      Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. 
      Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 

(Dante, Inferno, Canto V)

 

Anche all’Inferno (“…lì, ci andrò…ci andrò…tra non molto…davvero…”:quante volte Emilio l’aveva annunciato, non solo in famiglia, ma anche in pubblico), nelle parole dei versi più famosi del mondo, il Po sembra proprio non voglia passare inosservato! Come pure qui, in questa triste Primavera, continuò a dirsi, ancora più turbato per quell’improvvisa ed inattesa reminiscenza, fatti due passi verso la riva. Chiudersi l’uscio alle spalle era diventato per lui ormai un atto quasi liturgico, da compiersi tre volte al giorno, senza meno, quand’anche piovesse o tirasse quel vento del nord che sfoltiva da settembre fino quasi a Natale le chiome degli snelli pioppi che si ergevano nel lungo viale: erano gli alberi in cui si narrava si fossero trasformate le Eliadi, sorelle di Fetonte, caduto- secondo la leggenda-  nelle acque del fiume mentre guidava senza perizia il carro solare del Padre, per restare vicino al fratello morto per l’eternità.

Portava sottobraccio un involucro lungo e stretto, avvolto in una tela di sacco di iuta.

I grandi uccelli dal collo lungo, frequentatori abituali -forse discendenti da quell’antico Cigno, Re dei Liguri, trasformato per incantesimo in quel tipo di volatile- del fiume, richiamarono la sua attenzione col loro batter d’ali dal livello dell’acqua.

Si avvicinò alla sponda e guardò verso monte lo scorrere del fiume.

Il panorama su cui incombeva Monviso, il padre del Po, ancora stranamente imbiancato, sul nastro fluviale rilucente, lo sollecitò ad un’occhiata più approfondita dell’ambiente circostante. Splendido, come sempre, ma ancor più in quel finire di Aprile, in cui il trionfo delle inflorescenze sui rami e sull’erba spingeva molti a vedere il mondo come fertile e dal futuro radioso. L’opposto di quanto Emilio avvertiva da tempo nel proprio cuore, inaridito dal buio della disperazione.

Un impeto estremo, lo spinse a non girare ancora le spalle al fiume per andare subito in collina…a far quello che aveva progettato. Né salì, come aveva detto in casa, sul tramway numero 68.

Prese il sentiero verso sinistra, allontanandosi con un sospiro quasi liberatorio dal borgo torinese, conosciuto come Madonna del Pilone, sede di antichi mulini sul Po e dove nel 1645 Maria Cristina di Francia aveva fatto erigere una chiesa a memoria di un miracolo, in cui sorgeva la sua casa.

Colmo di quel rancore continuamente represso, con sforzo frustrante, che gli era ormai divenuto insopportabile , si lasciò il borgo alle spalle, incamminandosi verso il Ponte a tre arcate dedicato alla Regina Margherita. Nessuno passeggiava lungo le sponde e solo qualche rado passante ed un paio di calessi transitavano sul ponte: tutto lì, il pubblico di quei suoi momenti dolorosi…quando migliaia…macché…milioni di persone in tutto il mondo lo riverivano come un’ entità quasi astratta,  impermeabile al dolore del mondo reale…una mente fantastica “implicata” solo nelle più grandi meraviglie.

Strinse l’involucro sino a che le dita della mano destra gli s’intorpidirono. Chissà se il Corsaro Nero si fosse ritrovato a bordeggiare in quelle acque fluviali limacciose! Che scherzo del destino, per il Capitano …eppure…così avrebbe potuto anche essere, in fin dei conti, visto che proprio in quelle acque e fra quelle rive  Emilio lo aveva immaginato…solo che acque e sponde era riuscito ad estenderle…all’infinito, o quasi. Ed ecco che le sponde incombenti erano divenute rive lontane, che i fondi melmosi s’ erano inabissati, trasformandosi in fondali corallini.

Superò la zona del Canale Michelotti senza neppure accorgersene: erano posti che ben conosceva, con tracce boschive anche intricate e con canneti che si spingevano, superandone gli argini naturali, fin dentro alle acque del Po. La Malesia ed il Bengala non dovevano…non potevano essere tanto diverse da così, si era sempre detto. Come pure i pappagalli non differivano di certo troppo dai fagiani, o le pantere dai cinghiali nostrani. I tigrotti della Malesia ed i pescatori di lucci di Borgo Po? A parte il taglio degli occhi, era ragionevole che non vi fossero poi quelle grandi differenze fisiognomiche. Facilmente, le fisionomie dei pescatori di Torino, da lui trasposte in “salsa bengalese”, dovevano aver davvero centrato il risultato. Diversamente, qualcuno come i suoi colleghi, magari molto più ricchi di mezzi di lui e- tuttavia- pur sempre invidiosi della sua bravura, qualche osservazione gliel’avrebbero pur fatta! Non amava intrattenere rapporti con molti di loro, dai famosi “locali” Edmondo De Amicis a Carolina Invernizio, ma qualche eccezione, pure, l’ammetteva. Per dileggio, in realtà: limitandosi, cioè, a confrontarsi mentalmente solo con i suoi pseudonimi, con cui condivideva complesse sfaccettature di personalità. Nomi posticci, che spesso gli erano stati imposti per esigenze meramente commerciali, con i quali si era spesso confrontato proprio guardando lo scorrere le fiume dal Ponte Vittorio Emanuele I. Costruito in epoca napoleonica, il ponte collegava il centro cittadino con le ville collinari e con le chiesa della Gran Madre “di Dio”, luogo probabilmente già anticamente consacrato -quando proprio lì sorgeva un tempio pagano- alla  “Terra ”. Il che rendeva oltre misura affascinante quella costruzione sacra: alcuni sussurravano addirittura che nei suoi sotterranei vi fosse nascosto il Santo Graal; altri parlavano di presenze demoniache. Il Borgo Po, in effetti, era da sempre considerato un ambiente disagevole. Innanzitutto, per la sua logistica, stante il fatto di dover attraversare il fiume per raggiungerlo. Poi, per la presenza di un gran numero di cimiteri, estesisi per Secoli a fianco di diversi monasteri e chiese che erano sorti nel tempo sulla precollina. Quindi, per le caratteristiche dei propri abitanti: pescatori, lavandaie…gente d’infimo ordine sociale, a volte posti nella condizione(o nella necessità) di delinquere anche gravemente. Un ambiente degno di Yanez, aveva deciso Emilio. In particolare, in quell’inizio Secolo, quando, man mano salendo lungo i crinali collinari, erano andate sorgendo piccole costruzioni a due piani. Lì, molti facoltosi Torinesi avevano “sistemato” le relative amanti, fidanzate non ufficiali, seconde e terze mogli, lontano da sguardi indiscreti. Giocoforza, quello sviluppo urbanistico così poco ortodosso aveva portato alla nascita di piccoli centri di piacere e di gioco d’azzardo, dove ci si poteva accompagnare con qualche signora disponibile o giocarsi una fortuna a “Fumarìn”(com’era stato  piemontesizzato  lo “Chemin de fer”). A fine Secolo erano iniziati, in realtà solo per alcuni fortunati, gli anni del “bien vivre”, che a Torino avevano avuto sì espressione in manifestazioni di quel tipo, da molti considerate- nonostante quei tempi di “progresso”- come riprovevoli, ma anche in altre, più “pacate”. Fra tutte, una assai caratteristica della città era il rito dell’aperitivo. Emilio passò davanti alla prima delle Società di canottieri, la Esperia, che si incontrava proseguendo dalla Gran Madre verso Moncalieri. Lì vicino, in quel tratto di fiume profondo e tranquillo era sorto qualche tempo prima il primo stabilimento balneare fluviale torinese. Era l’ora del Vermouth, a Torino rappresentato dalla bevanda che Benedetto Carpano aveva concepito, aromatizzando in modo speciale il vino delle sue cantine, tre anni prima dello scoppio della Rivoluzione Francese: c’erano moltissimi avventori e soci, in quel fine mattina primaverile, seduti ai tavoli all’aperto sulla sponda del fiume, proprio di fronte ai “murazzi”, i bastioni che arginavano il Po verso il centro cittadino. Tutti, o quasi, a bere il “Punt&Mes”.

A proposito del quale, ad Emilio balenò in quel momento in mente un aneddoto molto “torinese”. In una città dove, a sentire il suo collega De Amicis, «sapeva di politica persino il vermouth», il locale storico di Benedetto Carpano , vicino a Palazzo Reale, era sempre aperto e frequentato da politici, professionisti ed Agenti di Borsa.  

Uno di questi, un giorno, conversando della variazione di prezzo di un’azione nel corso della giornata, invece di ordinare  un bicchiere di Vermouth  aveva esclamato in piemontese e a voce alta: «‘n punt e mes», un punto e mezzo(quella che doveva essere stata la salita o la discesa percentuale dell’oggetto della sua conversazione).

L’abitudine, da allora, si diffuse. Nientemeno, per riuscire a farsi capire dal barista in mezzo alla calca degli avventori, s’ era iniziato  ad ordinare quell’aperitivo senza ricorrere alle parole. Semplicemente, usando una delle tecniche più antiche utilizzate degli Agenti di Borsa: il linguaggio dei gesti. In questo caso, tracciando due segni nell’aria: con uno sollevavano verticalmente il pollice, per intendere un punt, con l’altro la mano spiegata orizzontalmente, per indicare il mes.

Una coppia di innamorati lo incrociò senza neppure rendersi conto della sua presenza. Lei era bellissima, come quella “Perla di Labuan” che, personificatasi tanti anni prima nel mondo della propria realtà dall’ amata ed ormai perduta Ida, lo aveva affascinato nei sogni di mille notti.E che ora era lontana per sempre.(Segue)

Paolo Turati

CRISI DEI MUTUI, NE PARLA PAOLO TURATI MARTEDI' 26/2/08 alle 12,30 SUL CIRCUITO TELESUBALPINA

Come avevamo, ahimè, previsto qualche anno fa, quando i tempi non erano sospetti, la crisi dei mutui si è andata manifestando anche nel nostro Paese, con una virulenza la cui entità inizia a dare preoccupazioni. Non poteva, d’alta parte essere, altrimenti. Milioni di mutui ipotecari concessi indiscriminatamente a fasce della popolazione, se non deboli, quantomeno economicamente “borderline”, per importi pari anche all’intero valore dell’immobile e con ammortamenti polidecennali non potevano, già di per sé, delineare rosee prospettive per il futuro.

Il fatto, poi, che il 90% dei mutui concessi in Italia dopo l’introduzione dell’Euro( quindi in una situazione epocale ed irripetibile di ribasso dei tassi d’interesse per il nostro Paese ), siano stati a tasso variabile( cioè, legati all’incognita del rialzo dei tassi d’interesse, come, purtroppo, si è puntualmente verificato) ha reso la situazione ancora più grave.

Ora toccherebbe correre ai ripari, data l’entità del problema, che sta diventando di ordine sociale e che si svilupperà inevitabilmente in senso negativo per i decenni a venire, ma è questo un toro che non si lascerà di certo ad afferrare facilmente per le corna. Trenta – quarant’anni di rate( con l’incognita ulteriore della crescita delle stesse, per chi ha stipulato un contratto a tasso variabile)non lasciano praticamente scampo a nessuno:una malattia, una separazione, la perdita del lavoro ed il pignoramento è dietro l’angolo.

Viene da domandarsi perché i mutuatari dell’ultima ora( e sono milioni) abbiano sottoscritto a man bassa i contratti a tasso variabile e per che motivo le banche abbiano promosso senza quasi eccezioni questa soluzione. La risposta è più sociologica che “economistica”.  I primi sono stati mossi da sostanziale “avidità marginale”: raggiunto il sogno, per anni negato, di possedere una casa( o, meglio ancora, di non essere più, finalmente, uno dei pochi Italiani- che, per l ‘83%, sono proprietari della casa in cui vivono- a non possederla), un aumento di “ofelimità” ulteriormente raggiungibile  consisteva nel pagarla (apparentemente) anche poco(la considerazione, effettivamente valida per un paio d’anni, che canone d’affitto e rata di mutuo a lungo termine fossero sostanzialmente equivalenti è stato il detonatore ad orologeria di questa bomba che, ora, sta scoppiando). Nulla di più errato, ovviamente, stante anche il fatto che i  mutuatari degli ultimi due- tre anni hanno comprato a prezzi al metro quadrato incrementatisi irragionevolmente oltre ogni misura proprio a causa dell’aumento della domanda di immobili che loro stessi stavano, tutti assieme, provocando con i loro acquisti.

In concorso di colpa con i mutuatari, le banche, avevano, dal canto loro, l’esigenza commerciale di “vendere” mutui nella maggior quantità possibile. “Vendere” un 2,9% annuo(il tasso delle prime scadenze era, nei periodi migliori, anche sotto a questo livello, e nessuno voleva badare a gettare l’occhio un po’ più in là) d’interesse a tasso variabile era certamente più facile che “vendere” un 4% a tasso fisso. Alla banche interessava più che altro concludere contratti: economicamente, per loro, approvvigionarsi a livello di  mercato interbancario a tasso fisso o variabile( a parte qualche marginalità di ricarico) era indifferente.

Importava, essenzialmente, incrementare la massa di finanziamenti ipotecari per due motivi. Innanzitutto, per la caratteristica tipologica del finanziamento, asservito da garanzia reale e, quindi, con pochi rischi. E, poi, per l’aspetto reddituale, assai cospicuo. Si pensi ad uno “spread”( cioè il ricarico che la banca applica al mutuatario sul tasso d’interesse rispetto a quello corrente sul mercato interbancario) del 0,9% insistente su un, per esempio, tasso annuo del 2,% variabile derivante dai livelli correnti interbancari(totale a carico del mutuatario 2,9%): per l’istituto erogante voleva dire “ricaricare” il costo della “merce denaro” di circa il 40%.Tutto troppo bello per tutti!

E, infatti, ora la crisi c’è, e bisogna affrontarla. Non sono, ovviamente, pensabili soluzioni draconiane e che violino il diritto commerciale e la libera concorrenza. Un mix di palliativi potrebbe però rendere la situazione più sostenibile, in attesa di una chiarificazione delle problematiche internazionali, che potrebbe scongiurare rialzi ulteriori dei tassi d’interesse(quantomeno, nel breve periodo, tenendo con una certa serenità conto, comunque, che gli alti tassi d’interesse della vecchia Lira con non torneranno quasi certamente più).

 

Paolo Turati

STAGFLATION?

E adesso, l’effetto combinato di inflazione crescente e crescita in calo comincia davvero a far paura. Lo spettro di quello che il Premio Nobel per l’Economia Milton Friedman aveva definito quasi trent’anni fa come “stagfation” rischia davvero di materializzarsi a livello globale.

I recenti dati UE paiono disarmantemente univoci in questo senso, specie per quanto attiene all’Italia.

La crescita italiana del 2008, bene che vada, sarà dello 0,7%(la metà delle precedenti previsioni), contro un incremento di Prodotto interno lordo dell’ Eurozona dell’1,8%(stime precedenti 2,2%) e del complesso dei 27 Stati membri dell’UE del 2%(2,2% le ultime previsioni), mentre a livello mondiale, la crescita risulterà sotto il 4%. 

Eravamo stati fra quelli che avevano sostenuto, e non ce ne pentiamo, la necessità di un aumento dei tassi d’interesse da parte della BCE di almeno un altro mezzo punto percentuale, onde evitare un lievitare eccessivo del fenomeno inflattivo, nonostante un possibile ulteriore indebolimento del Dollaro ed ad onta della crisi dei mutui ipotecari. Questo rialzo, stante la contingenza economica internazionale ( di cui il petrolio a 100$ al barile e l’oro attorno a 900$ l’oncia sono solo la punta dell’iceberg), non avrebbe dovuto essere evitato, salvo aver voluto scientemente, come si è fatto ( in verità, solo parzialmente, resistendo quantomeno a forti sollecitazioni volte, addirittura, ad abbassarli, i tassi), ignorare le basi del fenomeno economico il che, è ovvio, può poi portare chissà dove: il relativismo, in Economia e non solo, è sempre stato sinonimo di approssimazione, con ciò che spesso ne consegue. Così, per non farsi un po’ male prima, ci si farà probabilmente più male dopo. Esiste ormai il rischio  che i tassi d’interesse permarranno alti, a fronte di una severa dinamica della perdita del potere d’acquisto della moneta, e che i mutuatari a tasso variabile scoprano di dover pagare in futuro rate ancor maggiori di quelle attuali già lievitate con, in più, un’inflazione che, in Italia, rischia ormai di toccare il 3%. Da lì in poi, va da sé, gli scenari possono allungarsi verso orizzonti davvero inesplorati, stante, in particolare, la presenza per ora "silente" della bomba ad orologeria dei prodotti finanziari derivati( 450.000 miliardi- non milioni!- di Dollari è l’ultima stima del loro valore nozionale a livello mondiale)che non si sa come potrà mai venire disinnescata.

Situazione critica, dunque, che impone scelte di prudenza a livello sia personale che imprenditoriale perché, come osserva con arguta banalità un detto :“quando la marea scende, si vede chi nuota senza costume”. Ed è sempre meglio non ritrovarsi, in imbarazzo,  fra questi ultimi.

 

Paolo Turati

CON SCHIENA DRITTA

Politica e società civile: un rapporto che si fa di giorno in giorno sempre più ostico. Ultimo esempio, la reazione dell’ex Premier Prodi all’editoriale di Luca Ricolfi apparso qualche giorno fa su La Stampa. Luca Ricolfi, docente presso l’Università di Torino che ho il piacere di conoscere ed apprezzare personalmente, è, a detta di molti assieme a Ilvo Diamanti( dell’Università di Urbino), la mente politologica più lucida che si possa incontrare in Italia. L’editoriale di Ricolfi, libero pensatore di notorio orientamento progressista, rilevava, quale proprio contenuto principale, quello che il decaduto Governo "avrebbe potuto fare e non ha fatto", con particolare riferimento alla Finanza pubblica. La risposta piccata e doviziosa( gli è stata riservata una pagina intera del quotidiano torinese il giorno successivo) del Professore bolognese ha prodotto, ovviamente, una controreazione di Ricolfi, apparsa su La Stampa di ieri. Nel confermare, ampliandole ulteriormente, le proprie osservazioni critiche sul Governo Prodi dal punto di vista tecnico, Ricolfi sottolinea con amarezza, con l’occasione, come la libera autonomia nella critica sia da sempre osteggiata nell’ambito della cultura della Sinistra. Criticare, prosegue, è , in quell’ambito( senza stare a scomodare le purghe antirevisionistiche di stampo stalinista o maoista), spesso considerato un atto politico ostile e con scopi propagandistici. Quella "Sinistra che non mi piace"(come titola Ricolfi il proprio pezzo), dovrebbe, invece, far valere la propria, presunta o meno che sia, supremazia culturale in un altro modo, molto più semplice: quello democratico del confronto per ricercare la strada migliore. Diversamente, se persone "con schiena dritta" come Ricolfi non verranno ascoltate, l’omologazione definitiva del neonato PD alle altre aree politiche del panorama nazionale non potrà che risultare confermata, alimentando sempre più nel cittadino la tendenza ad assimilare tutta la Politica in un medesimo ambito, ormai considerato prevalentemente negativo sotto tanti, forse troppi, punti di vista.

Paolo Turati.